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Blog Post

NOV
23
2012

L’intervento al Seminario a Napoli nell’ambito del progetto di presentazione della Piattaforma Cedaw

Oggi a napoli si è tenuto un importantissimo seminario con la presentazione del rapporto ombra dell’ONU sulla discriminazioni contro le donne cedaw.
Il rapporto mette in evidenza le violazioni dell’Italia nella tutela alle donne in particolare, la relazione ha focalizzato la sua attenzione sulle norme in discussione in parlamento di modifica alla legge 54/2006 che ha introdotto nel nostro ordinamento un importante istituto quello dell’affido condiviso.
In particolare il rapporto focalizza la sua attenzione sulla mancanza di esclusione dell’affido condiviso in caso di violenza e sull’accoglienza che nei tribunali italiani sta avvenendo in modo strisciante della pas, la sindrome di alienazione parentale.
il rapporto evidenzia la miscela esplosiva tra i due principi: da un lato la non esclusione di affido in caso di violenza e dall’altro la possibilità di ricorrere alla diagnosi di pas per il genitore che, abusante o violento nei confronti della madre, potrebbe così escludere dall’affido il genitore vittima di abuso “In pratica significa che in qualunque procedimento di affido, se il bambino rifiuta di vedere il padre e se viene denunciato un abuso, un atto di pedofilia o di molestia sessuale, il padre ricorrerà alla PAS per dire sempre e comunque che si tratta di “condizionamento della volontà del minore” da parte della madre.

Con l’ulteriore grave conseguenza che, sulla base della diagnosi di una malattia che non esiste (in quanto non è inserita nel DSM), il giudice, senza poter valutare altri elementi ai sensi dell’art. art. 155 c.c., in violazione delle garanzie costituzionali ex art.111 Cost., sarebbe costretto ad escludere la donna dalle decisione relativi ai figli e dal diritto di visita nei confronti dei figli.”

Quindi la pas non esiste.

In questi mesi abbiamo visto di tutto, pronuncia di ministri che confermano la sua inesistenza, richiamando alla coscienza del medico nel cessare comportamenti contrari ai pronunciamenti delle principali autorita’ mediche, assessori regionali, come nel caso di quello della toscana l’assessore Marroni che conferma la sua inesistenza in risposta a un interrogazione su un caso specifico avvenuto in provincia di Livorno, ma anche la pronuncia che invece danno per scontata la sua esistenza come nel caso della azienda usl 6 di livorno in difformità da quanto espresso dall’assessore regionale e dalla difensora civica della Toscana e dalla comunità scientifica!
Infatti a settembre si è pronunciato il principale organismo: l’american psicological association che ha ribadito che la pas e la pad non verranno inserite nel DSM V così come ribadito dal Governo italiano al consiglio dei diritti umani lo scorso 25 giugno che ha escluso la sua introduzione nelle aule di giustizia.

Oggi quindi siamo qua a discutere, e siamo in tante/i di una cosa che non esiste ma che in molti casi c’e, ma soprattutto siamo a discutere delle conseguenze di un impostazione di cui la pas e’ solo la punta dell’iceberg.
Da alcuni anni con un gruppo di amiche del mio partito, l’idv, abbiamo iniziato a confrontarsi su questo tema e ne è uscito un panorama che ci fa dire che la pas oltre ad essere una costruzione fantasiosa, una strategia processuale, rappresenta il massimo dell’adultocentrismo di cui oramai la nostra società sembra intrisa. La pas che come ricordavamo non esiste in nessun trattato medico ufficiale, anzi vi sono pronunciamenti che tendono a escluderla, in realtà viene usata e i suoi effetti diretti sono molto gravi.
Da un lato il ricorso a una malattia porta a spostare l’attenzione dal problema centrale di queste situazione le difficoltà relazionali tra i due genitori e la mancanza di ascolto del minore, come si fa a considerare attendibile un minore affetto da sindrome o comunque manipolato e sopratutto lo si rende “oggetto” di una cura che prevede, nei casi più gravi l’inserimento in case famiglia dove verrà resettato.
Quindi situazioni di conflittualità tra genitori, non saremo certo noi a negarne l’esistenza, trova una soluzione sulla pelle del minore che verrà allontanato dai suoi affetti, dalle sue abitudini inducendo come minimo, ma non è’ il mio campo, un senso di colpa e una sensazione di estraneità verso una società, una comunità di adulti che non ascolta i suoi bisogni.
Venendo al nostro titolo, parliamo della terapia della minaccia, infatti questa sindrome che non è tale ma è, esiste, prevede nella sua forma più “grave” il collocamento del minore in casa famiglia e questo ha permesso di aprire uno squarcio su un altro problema che abbiamo in Italia , l’affido dei minori.

Un recente rapporto realizzato per conto del ministero dall’istituto degli innocenti di Firenze ha messo in luce che i minori dati in affido al 31 dicembre 2010 e accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità sono 29.309. Rispetto ai dati rilevati nel 1998 e nel 1999, il numero delle accoglienze è cresciuto, a causa dell’aumento del ricorso all’affido. Rimane stabile, invece, il collocamento dei minori nelle comunità.

Come si è già detto all’inizio, i dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 42 per cento, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità.
Un dato che se preso non come saldo di fine anno ma considerando tutti coloro che transitano nelle case famiglie nel 2010 il dato raddoppia arrivando a 40 mila minori il 3,9% della popolazione minorenne. Inoltre se a ciò aggiungiamo che il garante per l’infanzia a dichiarato che i figli contesi, non sappiamo quanti inseriti i casa famiglia, sono 10 mila arriviamo a numeri impressionanti.
Inoltre colpisce il dato della permanenza nelle strutture “Accanto a bambini e ragazzi che sono in accoglienza da pochi giorni, ci sono altri che lo sono da anni. Tra i presenti al 31 dicembre 2010, la quota di quanti sono stati accolti negli ultimi tre mesi è 9,1% da 3 mesi a 12 mesi esatti è del 23,8%, da 12 mesi a 24 mesi esatti è del -19%, da 24 mesi a 48 mesi esatti è del 22%, mentre sono il 26% quanti sono accolti da oltre 48 mesi.
Diversamente, basandoci sui dati elativi ai dimessi nel corso del 2010, si ha che il 28% è stato accolto per meno di 3 mesi, il 27% da 3 mesi a 12 mesi esatti, il 19% da 12 mesi a 24 mesi esatti, il 16% da 24 a 48 mesi esatti e il 10% è stato accolto da oltre 48 mesi.
Per quanto riguarda i motivi dell’allontanamento: I dati rivelano che il 37 per cento dei bambini è stato allontanato per inadeguatezza genitoriale, il 9 per cento per problemi di dipendenza di uno o entrambi i genitori, l’8 per cento per problemi di relazioni nella famiglia, il 7 per cento per maltrattamenti e incuria e il 6 per cento, infine, per problemi sanitari di uno o entrambi i genitori.
Se confrontiamo le informazioni sul motivo principale, che ha condotto alla decisione di adottare una misura di protezione, con quelle raccolte in occasione delle rilevazioni del 1998 e del 1999, si scopre che al tempo, relativamente ai minori inseriti in strutture residenziali, i motivi rimandavano in maniera prevalente a situazioni di povertà materiale, innanzitutto economica (44%), ma anche abitativa (24%). Le difficoltà relazionali disfunzionali con la famiglia di origine costituivano poi, per intensità di indicazioni, il secondo motivo (32%), cui seguivano problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori (19%), maltrattamento e incuria del minore (18%).
Tra le motivazioni dell’affidamento familiare predominavano in assoluto le condotte di abbandono e/o di grave trascuratezza della famiglia di origine, cui seguivano problemi prevalenti di tossicodipendenza e, infine, i gravi problemi economici.
Tornando ai dati attuali, i problemi relazionali e l’inadeguatezza genitoriale conservano la loro importanza anche tra i motivi secondari, ma qui appaiono con forza difficoltà contingenti dei nuclei familiari – ma che rischiano di cronicizzarsi – ovverosia: problemi economici della famiglia, problemi abitativi, problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori.

Quindi, e mi avviò a concludere, la povertà sempre crescente della famiglia, la crescita della conflittualità rischia di accrescere il fenomeno, in questo quadro colpiscono le dichiarazioni del Direttore dell’agenzia delle entrate che presentando il redditometro ha dichiarato che ” una famiglia su cinque risulta incoerente” la parola evasore si vede non è politicamente corretta, in quanto dichiara un reddito non coerente con i suoi consumi! Attraverso la sacrosanta battaglia all’evasione si rischia di basare e fondare le denuncia dei redditi sulla famiglie su un calcolo presuntivo del reddito, determinando forti aggravi di ricorsi per coloro che non verranno considerati “coerenti”, appare l’ennesimo attacco alla famiglia che con 40 mila bambini affidati si configura come un istituto, da un lato fondamentale ma messo a dura prova in una società dove le criticità sociali sono destinate a crescere”

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