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FEB
22
2013

“Nel paese della bugia la verità è una malattia” di Cristina Agostinelli e Marco Manneschi

Ad un passo dalle elezioni il tema del voto utile sembra essere il vero protagonista. Ormai da tempo se ne parla, troppo spesso se ne sparla.
Come prima cosa è necessario chiarire una questione di termini: “utile” per chi? Per il partito? Per gli elettori? Per il bipolarismo? Quel che è senz’altro utile è che la democrazia, quella vera, non contempla l’esistenza di un voto inutile, per definizione un ossimoro, poiché nella democrazia il voto è lo strumento per esprimere idee e soprattutto libertà di scelta.
Il voto è un diritto e il diritto è “uno stato di non obbligo” (così ripetutamente la Corte Costituzionale).
Quello a cui forse i partiti tradizionali pensano quando invitano al “sacrificio dell’utilità” è al “voto strategico”, frutto delle dinamiche di coordinamento strategico degli elettori.
Metodologicamente la logica è chiara: votare strategicamente vuol dire votare per un partito meno gradito ma considerato più grande per acciuffare il premio di maggioranza, piuttosto che per uno più gradito ma giudicato più piccolo.
Ma questo atteggiamento impedirebbe ogni forma di rinnovamento della politica attraverso la competizione elettorale, lasciandolo all’evoluzione della vita interna dei partiti.
Peraltro presuppone sostanzialmente un sistema bipartitico, come in America: ma siamo così sicuri che in Italia vogliamo un sistema bipartitico?
Siamo così sicuri che vogliamo cambiare i partiti solo al loro interno?
Il fenomeno Grillo depone radicalmente a sfavore di questa tesi, come in realtà tutta la storia della repubblica costituzionale.
E questo sopratutto oggi allorquando i partiti e le coalizioni in campo con certezza o alta probabilità di ingresso in Parlamento sono almeno 5. E con il Senato, conseguentemente, dove non ci sarà un vincitore (in Lombardia ce la dovrebbe fare di misura Ambrosoli per la Regione grazie al voto disgiunto che non arriverà per il Senato, in Sicilia la lista Crocetta non basterà a riequilibrare la riunificazione del centro destra, e l’UDC corre con Monti, in Veneto il divario con il centro destra – e ora con Grillo – è incolmabile: ciò comporta automaticamente l’assenza di una maggioranza che invece l’alleanza di centro sinistra tradizionale avrebbe assicurato…amen).
Date queste premesse è lecito domandarsi quanto sia davvero serio far forza sull’idea di un voto “utile” in presenza dell’attuale offerta politica che si svincola dalle logiche bipolari dell’utilità.
Per decenni l’idea dell’accontentarsi del meno peggio ha funzionato, ma oggi con la domanda di scelte decise, in ogni senso, non sarà così scontato: soprattutto oggi se tra gli elettori saranno presenti alte componenti di idealità e radicalità (i problemi si acuiscono – le risposte si radicalizzano): è chiaro che una visione idealista e radicalizzata contrasta per definizione con la visione strumentale e utilitarista del voto.
L’argomento del voto utile pare quindi riservato a coloro che mettono in campo la razionalità decisionale; in tal caso però la tesi convincerebbe solo laddove il sistema politico sia in grado di utilizzare regole del gioco manipolative e capaci di incentivare il mantenimento di un formato bipolare o bipartitico preesistente e potenzialmente funzionante, ossia dove realmente corrono due soli cavalli in grado di vincere con le proprie forze.
Invece l’attuale offerta politica non ha niente di tutto ciò né in termini di formato partitico né in termini di meccanica delle regole del gioco e la responsabilità non è certo di chi non ha usato il voto strategico.
Quel che è chiaro è che a queste condizioni l’appello al voto strategico non ha più il potenziale di ricatto auspicato dai vecchi grandi partiti, perché data l’offerta elettorale e date le regole elettorali non è più la sola strategia consentita. Nella partita controversa del Senato il solo voto utile non garantirà la maggioranza per governare alla coalizione di centro sinistra così che questa avrà comunque bisogno del sostegno di altri. L’elettore che risponde all’appello del voto strategico dovrà quindi valutare bene quello che sarà l’equilibrio e quale sarà il potenziale di incidenza delle altre forze politiche in grado di inclinare l’asse da una parte o dall’altra.
Inoltre, va da se che la strategia è funzionale laddove è ben contestualizzata: chiedere un voto strategico agli indecisi di sinistra o a tutta la sinistra, per la competizione al Senato in regioni come la Toscana non risponde ad alcuna logica di voto strategico così come l’abbiamo intesa, ma ad una logica diversa paradossalmente e politicamente ceca se osservata in corrispondenza degli effetti che si andranno a produrre.
In Toscana come altrove il ragionamento è logico: 10 seggi, il 55% dell’assemblea, verranno conquistati dal vincitore con la maggioranza relativa dei consensi, mentre i restanti 8 saranno distribuiti proporzionalmente ai miglior perdenti. Se l’ipotesi della vittoria del centro sinistra come vincitore e del centro destra come principale oppositore regge e reggerà, l’indeciso che voterà Pd solo in risposta all’appello dell’utilità, involontariamente incentiverà il Pdl, poichè il Pd avrà comunque il premio di maggioranza e il Pdl o Grillo non avranno avversari potenziali con cui dover suddividere i seggi di opposizione. Votare Rivoluzione Civile al Senato in una Regione come la Toscana con queste regole del gioco è la strategia per sostenere proprio una prospettiva di centro sinistra.

Marco Manneschi-consigliere regionale Idv
Cristina Agostinelli-dott.ssa in Scienze della politica e dei processi decisionali

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