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NOV
09
2015

LA “TEORIA GENDER” NON ESISTE: LE PARI OPPORTUNITA’ NELLA SOCIETA’ MODERNA

Io c’ero la sera del 6 novembre a San Pio X; c’ero, ed ho ascoltato.
“E sono rimasta stupefatta della superficialità con cui si tratta un tema fondamentale come quello della parità di genere e della demagogia con cui si paventano, inventandole, teorie inesistenti prendendo ad esempio temi ed istituti arcaici; per di più non nel loro contesto originario, ma rivedendoli arbitrariamente per trovare un nemico dove non c’è: con il vero intento, mascherato perché poco nobile, nemmeno tanto di combattere l’omosessualità, che laddove qualcuno lo ritenesse giusto dovrebbe avere il coraggio di affermarlo con le proprie idee alla luce del sole: quanto quello di riaffermare anacronistiche ed incivili differenze di genere, che nulla hanno a che vedere con le differenze sessuali. E ribadendole sia nella vita famigliare, di coppia e genitoriale, sia in quella comunitaria, sociale e perfino di fede, volendo ritornare ad un mondo che, per fortuna, non esiste più e mai più potrà esistere così manicheamente diviso.
La verità, nascosta, è che, alzando il vessillo dell’inesistente “teoria del gender” cui contrapporsi, ci si imbatte in vere e proprie crociate donchisciottiana memoria, per creare un nemico che nella realtà non esiste, agendo sull’ingenuità delle persone, riscoprendo il viscerale ed ultramillenario rapporto fra uomo e donna, cosiddetto “classico”, quello per cui la donna cura la famiglia e l’uomo la mantiene e protegge. Senza il minimo scrupolo a soffermarsi ed analizzare se stessi e il proprio ruolo nella vita personale e sociale.
Chiariamo subito che la differenza di genere non è la differenza sessuale né tantomeno il suo annullamento od “omogeneizzazione”: anzi, la differenza di genere si fonda proprio sul riconoscimento della differenza sessuale fra uomo e donna, con tutto ciò che questo comporta in termini personali, naturali, caratteriali, psicologici, sociali, sociologici, ed infine di “coppia”, di genitori, di famiglia, e mi si permetta, anche di fede, laddove vissuta come cristiani, e cattolici in particolare.
E le “pari opportunità”, e tutte le battaglie e le politiche che in questi decenni si stanno realizzando in tutto il mondo per renderle veramente tali, si fondano proprio sul riconoscimento della peculiarità sessuale, la valorizzazione della cui differenza crei parità di genere con la contemporanea “ammissione” alla vita privata, nel senso di coppia e famigliare, e sociale, nel senso di comunità e di stato, da parte di entrambi i generi agli stessi diritti, stessi doveri e rispetto delle proprie specifiche diversità, da valorizzare e non annientare o sottomettere.”

Non mi voglio soffermare, perciò, sulla collocazione del (mono)dibattito svoltosi l’altra sera all’interno della Chiesa di San Pio X; o sui motivi del perché non si sia scelto l’auditorium per un incontro, pseudo seminariale, che per stessa ammissione della relatrice avrebbe destato qualche dissenso: cosa puntualmente verificatasi dopo un ora e mezzo di monotono intervento della dott.sa Biondi, che ha comunque proseguito imperterrita nella successiva ora il proprio monologo senza alcun contradditorio; tanto meno voglio soffermarmi sull’impossibilità in questi incontri di un confronto, al punto che ad una mia domanda al termine della relazione non mi è stata data risposta, così come ad altri, per il semplice motivo che la risposta avrebbe messo in dubbio la propria arcigna tesi, costringendo prima se stessi e poi gli altri, a qualche riflessione seria, più che a inculcare una formazione passiva.

Ciò su cui, invece, vorrei soffermarmi è nel merito e sui toni da crociata che questa polemica contro la “teoria gender” – che non esiste – sta producendo.

Innanzitutto riscontro che in un anno, quest’ultimo in cui le cosiddette “sentinelle in piedi” hanno accelerato la loro propaganda, il pensiero “anti teoria gender” ha subito delle mutazioni significative e preoccupanti per i veri scopi che si prefigge: dal contrasto alle coppie omosessuali sono, cioè, passati all’attacco alle politiche e alle tesi che puntano alla parità tra i sessi, includendo nel nemico da combattere, anche progetti di intervento sociale che puntano a prevenire il bullismo e la violenza sulle donne, tutte tematiche che non possono essere contrastate con incrementi di pena o con la confessione e il perdono di non farlo più; ma con delle strategie educative che puntino al rispetto della dignità del proprio partner, a superare l’idea che siamo ciò che siamo solo come risultato biologico – il sesso -, e ad affermare che la nostra personalità e identità è il frutto anche e soprattutto del condizionamento famigliare e sociale – il genere.

I condizionamenti sociali spesso producono luoghi comuni (“donne al volante pericolo ambulante”, quando si sa che non è cosi dai dati statistici degli incidenti): stereotipi che fino al ‘63 non permettevano, ad esempio, alle donne di accedere alla carriera giudiziaria, cioè a fare i giudici, perche per la legge le donne, per natura soggette a sbalzi di umore, si affermava, non erano affidabili nel giudizio.

Oggi in Italia non abbiamo più norme che impediscono l’accesso a carriere professionali: ciononostante si assiste a barriere culturali che provocano forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, come denunciato dallo stesso Papa Francesco, con la pratica del licenziamento in caso di gravidanza, le cosiddette dimissioni in bianco. Il Papa, in quel caso, non si è limitato a dare una pacca sulla spalla invocando il perdono per il cattivo datore di lavoro se avesse promesso si non applicarla più; ma ha confermato l’esigenza delle donne di realizzarsi nell’attività professionale senza porre limiti: lo stesso Papa non si è sottratto all’esigenza di dover rivedere l’immagine e il ruolo della donna nella Chiesa, non come semplice testimonianza; ma presenza da valorizzare per le sue competenze. Ad aprile il Pontefice è ritornato sul tema affermando l’emancipazione femminile come un” valore” e che a ciò non debba essere ascritto né il fallimento del matrimonio né tanto meno possa essere giustificata la differenza salariale.

I fautori dell’esistenza della “teoria gender” – che non ha fondamento scientifico a meno di non considerare Wikipedia come fonte di teorie – sostengono che si tratterebbe di una teoria tesa a scardinare la concezione antropologica della Chiesa e, dopo aver dovuto constatare che non si trova chi l’abbia teorizzata – per il semplice fatto che non esistendo la teoria non può nemmeno esistere chi la possa aver “creata” -, si va alla ricerca del suo “fondamento” nel pensiero femminista degli anni ’70, alla sua nascita, in particolare, “colpevolizzando” – semmai creare una teoria fosse una “colpa” – Simone de Beauvoir, che avrebbe anche il difetto di essere comunista, e nella Shulamith Firestone. Si estrapolano frasi decontestuallizandole dal momento storico in cui sono state espresse e riproponendole in chiave “teoria gender”. Mi si permetta questo paragone: è come quell’acerrimo anticlericale che volesse ritrovare nei seguenti passi della Genesi 19:30-38 (Lot genera coricandosi con le proprie figlie), 20:1-18, e 12:10-20 (Abramo rivela di aver sposato la sorellastra), l’essenza di come la religione cristiana interpreti il rapporto intrafamigliare, senza contestualizzare il momento storico e soprattutto estrapolare passi e privarli di una lettura complessiva che rivelerebbe ben altro!

Allo stesso modo le frasi dei paladini anti “teoria gender”, estrapolate dal loro contesto originario, non possono essere prese a pretesto per condannare il pensiero femminista: pensiero che per altro ha anche avuto delle evoluzioni e, soprattutto prima di ogni altro, ha fatto proprio il principio della differenza su cui ruotano tutte le politiche di pari opportunità.
E anche laddove ci si spingesse a ritenere preponderante il genere, cioè l’elaborazione sociale dell’individuo, rispetto al sesso biologico, quest’ultimo è sempre in relazione con esso ma con esso non coincide.

Oggi le mie figlie e mio figlio non conoscono la De Beauvoir o la Firestone; se vorranno, approfondiranno: ma ascoltano Emma Watson, l’attrice che impersona Ermione nella saga di Harry Potter, parlare alle Nazione Unite del motivo perché è femminista «Io voglio che gli uomini ereditino questa sfida: così le loro figlie, sorelle e madri potranno essere libere da pregiudizi; ma anche i loro stessi figli avranno il permesso di sentirsi vulnerabili e recuperare quelle parti di sé che hanno abbandonato ritornando così ad essere completi».

Il femminismo non è più quella guerra di sessi paventata dalla relatrice Biondi, al convegno di San Pio X: semmai è la ricerca di un’uguaglianza sociale e famigliare, di pari opportunità; più profondamente, di un nuovo e rinnovato rapporto tra uomo e donna, diversi per sesso e natura, tendenze e vissuto quotidiano, ma uguali per valori, diritti, doveri, aspettative, vita famigliare e sociale. Rapporto in cui anche l’uomo, oggi forse più che la donna, deve ritrovare un senso ed una prospettiva al proprio ruolo di compagno, marito, padre, genitore.

Duole invece cogliere il messaggio semplificato della Dott.sa Biondi che, ai drammi che stiamo vivendo e che minacciano l’umanità, e in particolare i nostri figli – pedofilia, utero in affitto, violenza contro le donne – risponda con la ricetta della riaffermazione dei ruoli classici ed anacronistici di uomo e donna!

La situazione è molto più complessa e costringe ognuno di noi, donna e soprattutto uomo, ad una profonda riflessione su se stessi, sul proprio ruolo personale nella vita di coppia, famigliare, genitoriale e sociale: perché anche io ritengo che siamo di fronte ad una società che tenta di smaterializzare i corpi, denaturalizzare l’uomo e la donna, frutto di “frustrazione e di rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì,” – ha aggiunto il Papa – “rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.

Ma per far questo non abbiamo bisogno di crociate; bensì di guardare alla realtà con gli occhi dei contemporanei e la memoria degli antichi: a riflettere sul proprio ruolo di persona, in primis, prima ancora ed oltre che di uomo e donna, senza annullare le differenze sessuali ma nemmeno ripristinandole come elementi di disparità. Ed a farlo, prima di ogni altra cosa, confrontandosi e discutendone pubblicamente in un vero dibattito, avendo la dignità e umiltà di affermare il proprio pensiero senza nascondersi dietro fantomatiche ed inesistenti lotte ai mulini a vento.

Dott.ssa Sara Vatteroni
Donna, moglie, madre, cattolica, formatrice, professionista ed esperta di pari opportunità

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