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NOV
09
2015

LA “TEORIA GENDER” NON ESISTE: LE PARI OPPORTUNITA’ NELLA SOCIETA’ MODERNA

Io c’ero la sera del 6 novembre a San Pio X; c’ero, ed ho ascoltato.
“E sono rimasta stupefatta della superficialità con cui si tratta un tema fondamentale come quello della parità di genere e della demagogia con cui si paventano, inventandole, teorie inesistenti prendendo ad esempio temi ed istituti arcaici; per di più non nel loro contesto originario, ma rivedendoli arbitrariamente per trovare un nemico dove non c’è: con il vero intento, mascherato perché poco nobile, nemmeno tanto di combattere l’omosessualità, che laddove qualcuno lo ritenesse giusto dovrebbe avere il coraggio di affermarlo con le proprie idee alla luce del sole: quanto quello di riaffermare anacronistiche ed incivili differenze di genere, che nulla hanno a che vedere con le differenze sessuali. E ribadendole sia nella vita famigliare, di coppia e genitoriale, sia in quella comunitaria, sociale e perfino di fede, volendo ritornare ad un mondo che, per fortuna, non esiste più e mai più potrà esistere così manicheamente diviso.
La verità, nascosta, è che, alzando il vessillo dell’inesistente “teoria del gender” cui contrapporsi, ci si imbatte in vere e proprie crociate donchisciottiana memoria, per creare un nemico che nella realtà non esiste, agendo sull’ingenuità delle persone, riscoprendo il viscerale ed ultramillenario rapporto fra uomo e donna, cosiddetto “classico”, quello per cui la donna cura la famiglia e l’uomo la mantiene e protegge. Senza il minimo scrupolo a soffermarsi ed analizzare se stessi e il proprio ruolo nella vita personale e sociale.
Chiariamo subito che la differenza di genere non è la differenza sessuale né tantomeno il suo annullamento od “omogeneizzazione”: anzi, la differenza di genere si fonda proprio sul riconoscimento della differenza sessuale fra uomo e donna, con tutto ciò che questo comporta in termini personali, naturali, caratteriali, psicologici, sociali, sociologici, ed infine di “coppia”, di genitori, di famiglia, e mi si permetta, anche di fede, laddove vissuta come cristiani, e cattolici in particolare.
E le “pari opportunità”, e tutte le battaglie e le politiche che in questi decenni si stanno realizzando in tutto il mondo per renderle veramente tali, si fondano proprio sul riconoscimento della peculiarità sessuale, la valorizzazione della cui differenza crei parità di genere con la contemporanea “ammissione” alla vita privata, nel senso di coppia e famigliare, e sociale, nel senso di comunità e di stato, da parte di entrambi i generi agli stessi diritti, stessi doveri e rispetto delle proprie specifiche diversità, da valorizzare e non annientare o sottomettere.”

Non mi voglio soffermare, perciò, sulla collocazione del (mono)dibattito svoltosi l’altra sera all’interno della Chiesa di San Pio X; o sui motivi del perché non si sia scelto l’auditorium per un incontro, pseudo seminariale, che per stessa ammissione della relatrice avrebbe destato qualche dissenso: cosa puntualmente verificatasi dopo un ora e mezzo di monotono intervento della dott.sa Biondi, che ha comunque proseguito imperterrita nella successiva ora il proprio monologo senza alcun contradditorio; tanto meno voglio soffermarmi sull’impossibilità in questi incontri di un confronto, al punto che ad una mia domanda al termine della relazione non mi è stata data risposta, così come ad altri, per il semplice motivo che la risposta avrebbe messo in dubbio la propria arcigna tesi, costringendo prima se stessi e poi gli altri, a qualche riflessione seria, più che a inculcare una formazione passiva.

Ciò su cui, invece, vorrei soffermarmi è nel merito e sui toni da crociata che questa polemica contro la “teoria gender” – che non esiste – sta producendo.

Innanzitutto riscontro che in un anno, quest’ultimo in cui le cosiddette “sentinelle in piedi” hanno accelerato la loro propaganda, il pensiero “anti teoria gender” ha subito delle mutazioni significative e preoccupanti per i veri scopi che si prefigge: dal contrasto alle coppie omosessuali sono, cioè, passati all’attacco alle politiche e alle tesi che puntano alla parità tra i sessi, includendo nel nemico da combattere, anche progetti di intervento sociale che puntano a prevenire il bullismo e la violenza sulle donne, tutte tematiche che non possono essere contrastate con incrementi di pena o con la confessione e il perdono di non farlo più; ma con delle strategie educative che puntino al rispetto della dignità del proprio partner, a superare l’idea che siamo ciò che siamo solo come risultato biologico – il sesso -, e ad affermare che la nostra personalità e identità è il frutto anche e soprattutto del condizionamento famigliare e sociale – il genere.

I condizionamenti sociali spesso producono luoghi comuni (“donne al volante pericolo ambulante”, quando si sa che non è cosi dai dati statistici degli incidenti): stereotipi che fino al ‘63 non permettevano, ad esempio, alle donne di accedere alla carriera giudiziaria, cioè a fare i giudici, perche per la legge le donne, per natura soggette a sbalzi di umore, si affermava, non erano affidabili nel giudizio.

Oggi in Italia non abbiamo più norme che impediscono l’accesso a carriere professionali: ciononostante si assiste a barriere culturali che provocano forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, come denunciato dallo stesso Papa Francesco, con la pratica del licenziamento in caso di gravidanza, le cosiddette dimissioni in bianco. Il Papa, in quel caso, non si è limitato a dare una pacca sulla spalla invocando il perdono per il cattivo datore di lavoro se avesse promesso si non applicarla più; ma ha confermato l’esigenza delle donne di realizzarsi nell’attività professionale senza porre limiti: lo stesso Papa non si è sottratto all’esigenza di dover rivedere l’immagine e il ruolo della donna nella Chiesa, non come semplice testimonianza; ma presenza da valorizzare per le sue competenze. Ad aprile il Pontefice è ritornato sul tema affermando l’emancipazione femminile come un” valore” e che a ciò non debba essere ascritto né il fallimento del matrimonio né tanto meno possa essere giustificata la differenza salariale.

I fautori dell’esistenza della “teoria gender” – che non ha fondamento scientifico a meno di non considerare Wikipedia come fonte di teorie – sostengono che si tratterebbe di una teoria tesa a scardinare la concezione antropologica della Chiesa e, dopo aver dovuto constatare che non si trova chi l’abbia teorizzata – per il semplice fatto che non esistendo la teoria non può nemmeno esistere chi la possa aver “creata” -, si va alla ricerca del suo “fondamento” nel pensiero femminista degli anni ’70, alla sua nascita, in particolare, “colpevolizzando” – semmai creare una teoria fosse una “colpa” – Simone de Beauvoir, che avrebbe anche il difetto di essere comunista, e nella Shulamith Firestone. Si estrapolano frasi decontestuallizandole dal momento storico in cui sono state espresse e riproponendole in chiave “teoria gender”. Mi si permetta questo paragone: è come quell’acerrimo anticlericale che volesse ritrovare nei seguenti passi della Genesi 19:30-38 (Lot genera coricandosi con le proprie figlie), 20:1-18, e 12:10-20 (Abramo rivela di aver sposato la sorellastra), l’essenza di come la religione cristiana interpreti il rapporto intrafamigliare, senza contestualizzare il momento storico e soprattutto estrapolare passi e privarli di una lettura complessiva che rivelerebbe ben altro!

Allo stesso modo le frasi dei paladini anti “teoria gender”, estrapolate dal loro contesto originario, non possono essere prese a pretesto per condannare il pensiero femminista: pensiero che per altro ha anche avuto delle evoluzioni e, soprattutto prima di ogni altro, ha fatto proprio il principio della differenza su cui ruotano tutte le politiche di pari opportunità.
E anche laddove ci si spingesse a ritenere preponderante il genere, cioè l’elaborazione sociale dell’individuo, rispetto al sesso biologico, quest’ultimo è sempre in relazione con esso ma con esso non coincide.

Oggi le mie figlie e mio figlio non conoscono la De Beauvoir o la Firestone; se vorranno, approfondiranno: ma ascoltano Emma Watson, l’attrice che impersona Ermione nella saga di Harry Potter, parlare alle Nazione Unite del motivo perché è femminista «Io voglio che gli uomini ereditino questa sfida: così le loro figlie, sorelle e madri potranno essere libere da pregiudizi; ma anche i loro stessi figli avranno il permesso di sentirsi vulnerabili e recuperare quelle parti di sé che hanno abbandonato ritornando così ad essere completi».

Il femminismo non è più quella guerra di sessi paventata dalla relatrice Biondi, al convegno di San Pio X: semmai è la ricerca di un’uguaglianza sociale e famigliare, di pari opportunità; più profondamente, di un nuovo e rinnovato rapporto tra uomo e donna, diversi per sesso e natura, tendenze e vissuto quotidiano, ma uguali per valori, diritti, doveri, aspettative, vita famigliare e sociale. Rapporto in cui anche l’uomo, oggi forse più che la donna, deve ritrovare un senso ed una prospettiva al proprio ruolo di compagno, marito, padre, genitore.

Duole invece cogliere il messaggio semplificato della Dott.sa Biondi che, ai drammi che stiamo vivendo e che minacciano l’umanità, e in particolare i nostri figli – pedofilia, utero in affitto, violenza contro le donne – risponda con la ricetta della riaffermazione dei ruoli classici ed anacronistici di uomo e donna!

La situazione è molto più complessa e costringe ognuno di noi, donna e soprattutto uomo, ad una profonda riflessione su se stessi, sul proprio ruolo personale nella vita di coppia, famigliare, genitoriale e sociale: perché anche io ritengo che siamo di fronte ad una società che tenta di smaterializzare i corpi, denaturalizzare l’uomo e la donna, frutto di “frustrazione e di rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì,” – ha aggiunto il Papa – “rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.

Ma per far questo non abbiamo bisogno di crociate; bensì di guardare alla realtà con gli occhi dei contemporanei e la memoria degli antichi: a riflettere sul proprio ruolo di persona, in primis, prima ancora ed oltre che di uomo e donna, senza annullare le differenze sessuali ma nemmeno ripristinandole come elementi di disparità. Ed a farlo, prima di ogni altra cosa, confrontandosi e discutendone pubblicamente in un vero dibattito, avendo la dignità e umiltà di affermare il proprio pensiero senza nascondersi dietro fantomatiche ed inesistenti lotte ai mulini a vento.

Dott.ssa Sara Vatteroni
Donna, moglie, madre, cattolica, formatrice, professionista ed esperta di pari opportunità

NOV
09
2015

Massa 23 ottobre 2014 su Vita Apuana. Maschio e femmina di che genere sei?

In questi mesi ascolto e leggo di articoli con le teorie basate sul gender e penso che regni un grande disorientamento misto a ignoranza.
Sono mamma di due femmine e un maschio e quando li guardo mi chiedo ma che tipo di donne saranno, ma che tipo di uomo sarà? In questo si racchiude la relazione tra sesso e genere. Il sesso un fattore determinato dalla nascita e il genere, il processo di costruzione dell’identità che è il frutto della relazione tra aspetti biologici, mentali e sociali. La costruzione dell’identità di genere si lega con il dato biologico ed è influenzato dalla cultura ma soprattutto della relazione nel contesto famigliare. Le relazioni famigliari attengono al contesto di reciprocità tra i membri e tra generazioni,
al ruolo assunto da uomini e donne e le funzioni svolte dalle donne nello scambio tra generazioni.
Questo approccio alla costruzione dell’individuo nella società ha permesso di superare stereotipi, pregiudizi, ha liberato uomini e donne dalla gabbia di ruoli predefiniti, ha determinato conquiste
sociali ma anche liberato energie in ambito scientifico, artistico, le donne oggi percepiscono la possibilità di esprimersi in tutti i settori nessuno precluso, ciò certamente non vuol dire che sia stata raggiunta la parità anche sostanziale, ma ciò rappresenta sicuramente un opportunità nuova per le donne e la società.
Allo stesso modo ciò vale anche per i maschi che sempre più si pongono o dovrebbero porsi quesiti sulla propria identità anche nel rapporto con le loro amiche e compagne e che hanno la possibilità di riflettere elaborare, superando steccati e stereotipi.
In molti vedono in queste tesi il rischio di annullare le differenze.
In realtà le prime ricerche ed elaborazioni sul gender sono nate nell’ambito del pensiero femminista che parallelamente elaborava tra le diverse tesi, negli anni ottanta, il pensiero della differenza: sfatando la presunta universalità del maschile si riscoprivano saperi, storie e cultura rendendo evidente un “altra” realtà che non voleva più essere considerata minorità oppure condannata all’oblio.
Questo cambiamento ha prodotto rotture e lacerazioni, incomprensioni anche tra le donne ma ha avuto il merito di essere condiviso anche da uomini, è riuscito a spaccare gli steccati al punto che Emma Watson, l’interprete di Ermione nella famosa saga di Harry Potter, ambasciatrice delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, recentemente nel suo discorso all’assemblea ha affermato: “ho visto uomini resi fragili e insicuri da un idea distorta di quello che significa successo per un maschio. Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere, non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere, ma io vedo che lo sono. E quando sono liberi le cose cambiano di conseguenza anche per le donne”.

Non sono ancora molti gli uomini ma sono sempre più quelli, che mutuando un linguaggio e un metodo del femminismo, ricostruiscono una propria identità a partire da se per aprirsi al mondo, al sapere, partendo dalla propria parzialità per ricostruire il proprio maschile.

Certo quali sono i modelli a cui gli uomini possono riferirsi? Se la figura autoritaria del padre è stata rinnegata non possono essere certo rinnegate le funzioni della paternità i cui compiti sono legati alla sfera sociale, all’avventura del vivere al di la dei pericoli, per sentirsi parte attiva del contesto sociale? Perduto l’autoritarismo come riconquistare l’autorevolezza?

Così come le donne hanno dimostrato di poter rinnovare la propria identità acquisendo nuovi spazi, anche gli uomini hanno una grande opportunità per ridefinire la propria identità riappropriandosi di ruoli, compiti anche inediti per uomini “nuovi”.

Tutto ciò passa anche attraverso nuove relazioni tra i sessi non più basate sul dominio di uno sull’altro ma su una condivisione di compiti e ruoli, ognuno con la propria specificità.

NOV
09
2013

L’intervento di Sara Vatteroni al congresso provinciale idv di Massa – Carrara

Ringrazio Claudia per aver accettato di portarvi i miei saluti al congresso provinciale. Purtroppo per motivi di lavoro non mi è possibile partecipare, ciononostante ho ritenuto doveroso augurare a tutti voi e al futuro coordinatore un buon lavoro.
Come saprete con la candidatura di Giovanni Fittante, e la sua vittoria, è stato confermato il mio ruolo e soprattutto l’impegno all’interno del coordinamento regionale.
Con questa fase congressuale regionale e provinciale si chiude un era per il nostro partito, un era fatta di tante soddisfazioni ma anche di ombre che ci hanno segnato profondamente, al punto di farci perdere credibilità di fronte al nostro elettorato. Adesso grazie all’impegno di tutti noi è necessario riprendere l’iniziativa politica sia a livello locale che a livello regionale.
Al termine del mio mandato da assessore provinciale ho ritenuto di continuare nel mio impegno non solo a livello regionale ma soprattutto a livello locale nel sostegno a Claudia. Sono stati mesi difficili fatti di attacchi personali, per i quali non è mancato il sostegno del partito non solo a livello locale ma anche a livello regionale, con la solidarietà di tutto il coordinamento regionale, ma sono stati anche intensi e proficui.
Ciò ci ha permesso di avere una buona visibilità a livello mediatico, abbiamo monopolizzato l’agenda politica su molti nervi scoperti di questa amministrazione: la gestione del sociale e delle case popolari, la risorsa marmo e la sua regolamentazione, il bilancio e i riflessi sul tessuto commerciale di Carrara. Tutti temi che hanno prodotto grande attenzione non solo mediatico ma di molti cittadini, ma perché questo consenso si trasformi in consensi è necessario costruire attraverso il partito, con reti cittadine un tessuto sempre più ampio, che sappia attrarre, garantire la partecipazione, attivare un laboratorio politico per dare a Carrara un progetto alternativo di città solidale dove il principio di legalità non sia “questo sconosciuto” ma un impegno e una regola per il buon governo del bene comune.
Permettetemi un accenno a livello nazionale. La situazione è sicuramente molto complessa, se da un lato la stagione delle larghe intese sembra offrire ampi spazi politici, dall’altro non siamo favoriti da un sistema informativo monopolizzato che sembra vedere nelle larghe intese la soluzioni ai mali italiani.
Una visione che non solo contrasta con tutti i moderni modelli democratici sia europei che di oltre oceano ma in realtà rappresenta una vecchia visione, da Prima Repubblica, di questo paese dove dal bipartitismo imperfetto, determinato dallo scacchiere internazionale dagli accordi di Yalta, la Dc al governo e il PC all’opposizione, si passò al compromesso storico che permise di garantire gli equilibri che si erano determinati nel primo ventennio del nostra democrazia post fascista.
La stagione dei compromessi permise di superare gli ostacoli e di realizzare una serie di grandi riforme, lo statuto dei lavoratori, la riforma della casa, del fisco della sanità. Oggi, nonostante minori contrapposizioni ideologiche, non ritengo che le due principali forze politiche del paese il Pd e il PDL siano capaci di tali risultati e neppure di una forte spinta riformista necessaria, in questa fase di grande crisi oltre che economica, di valori e di mancanza di riferimenti.
In questa lettura dei risultati elettorali la presenza di un movimento 5 stelle con percentuali pari al 20/21%, non di sola testimonianza ma di potenziale forza di governo rischia di congelare la possibilità di creare progetti di governo alternativi e di questo dovremmo tenere conto.
Le prossime scadenze elettorali ci offrono la possibilita di uscire da questo empasse. Le elezioni europee sono elezioni dove vige un sistema proporzionale, non c’è necessita di predefinire delle alleanze e dove però la battaglia rischia di cristallizzarsi tra i favorevoli all’Euro e all’Europa e i contrari, gli euroscettici.
È abberrante che il momento di snodo per la costruzioni europea coincida con una delle fasi piu critiche e ciò è, a mi parere dovuto, alla incapacità dell’Europa ad affrontare questa crisi testimoniando poca soldarietà tra i paesi che ne fanno parte e un Euro e una politica monetaria, che non è riuscita a essere uno dei motori della costruzione politica europea e oggi ne rappresenta un freno.
L’idv in questa prospettiva dovrebbe riprendere la capacità riformista che l’ha sempre contraddista anche nel panorama europeo e che portò anni fa, il nostro presidente Antonio Di Pietro, a fare la scelta per il raggruppamento dell’Alde. Un raggruppamento di fatto liberal democratico, ma che in realtà raccoglie le istanze più varie dai liberali conservatori tedeschi euroscettici, ai liberal democratici nord europei, europeisti convinti; e in Italia i radicali ma anche espressioni storiche della cultura politica laica del nostro paese.
Perchè l’Europa possa ritornare ad essere quel progetto politico pensato da Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Monnet, Spaak e Schuman deve ritornare ad essere protagonista e come affermato da Daniel Cohn-Bendit, presidente dei verdi europei e da Guy Verhofstadt, Presidente dell’Alde, i problemi che attualmente affliggono il Vecchio Continente (crisi economica, immigrazione dai paesi del Terzo Mondo, disoccupazione, depauperamento delle risorse) potranno trovare una soluzione soltanto attraverso il potenziamento del progetto di integrazione e l’adozione di un modello federale, retto da istituzioni sovranazionali che facciano capo a un Parlamento europeo.
Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete concesso, in un messaggio di saluti forse un po irrituale, ma ho ritenuto importante trasmettervi queste miei riflessioni come contributo alla discussione, certa che il dibattito non si esaurirà con il congresso provinciale ma da qui partirà una fase di rinnovato dialogo e confronto.
Buon lavoro

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OTT
22
2013

Commissione pari opportunità Comune di Carrara: Donne prendete nota!

Ieri la Commissione Comunale Progetto Donna per le Pari Opportunità con una sola a astensione ha votato a favore della presidenza a un uomo Alessandro Bandoni e subito è partita la standing ovation, tanti i commenti di molte donne ” ora si farà sul serio, vai avanti siamo tutte con te e complimenti a gogo”
Certo anche noi ci associamo ai complimenti a Bandoni che ha saputo perseguire i suoi obbiettivi ma soprattutto a chi lo ha votato, che ha inferto un colpo alla credibilità delle politiche di pari opportunità di genere.
Alessandro Bandoni è infatti diventato, per chi lo ha votato, l’interprete più genuino, più credibile di una serie di obbiettivi, che sono alla base della commissione comunale Progetto Donna per le Pari Opportunità e vale la pena ricordarle: valorizzare il punto di vista femminile e porre al centro della politica la soggettività femminile; dare poteri e responsabilità alle donne e potenziare la soggettività femminile; lavorare in rete tra soggetti femminili rappresentanti le realtà politiche, culturali, associative e del mondo del lavoro del territorio comunale e infine promuovere le condizioni di pari opportunità tra donna e uomo nei luoghi di lavoro … Per noi oggi non è un bel giorno, per noi oggi sono stati fatti dei grandi passi indietro nelle politiche di genere e questo non siamo solo noi ad affermarlo ma lo sono le Nazioni Unite che sottolineano, all’interno del rapporto CEDAW, come uno dei motivi di fallimento delle politiche di genere in Italia siano oltre alla mancanza di fondi, alla loro dispersione in mille rivoli e alla farraginosità delle istituzioni di parità, “il considerare le discriminazioni contro le donne come una delle tante forme di discriminazione, senza riconoscere la sua specifica natura di genere.” E non a caso nelle raccomandazioni allo stato italiano, si sottolinea “nella determinazione delle competenze in materia, si chiarisca la differente portata di “pari opportunità” (per tutti, inclusivo di ogni forma di discriminazione) e attività antidiscriminatoria basata sul genere. Non si può continuare a parlare di discriminazione basata sul sesso come una delle forme di discriminazione” “Si deve riconoscere che il genere è parte della vita di ogni persona, aldilà che appartenga ad un altro gruppo di maggioranza o ad un’altra minoranza” insomma tutto il contrario di quanto annunciato dal presidente, non ce ne voglia, Alessandro Bandoni e “come ho avuto modo di dire DONNE, IMMIGRATI, OMOSESSUALI. Nessuno ripeto, nessuno VERRÀ LASCIATO INDIETRO”
Insomma un altro passo indietro per un paese scivolato solo dal 2011 al 2012 dal 74 esimo all’ 80 esimo posto nella classifica del gender gap dei 135 paesi analizzati, arriviamo dopo il Lesotho, le Filippine, Nicaragua, Sud Africa, insomma donne prendete nota un paese per donne esiste ma non è l’Italia!

Giurleo Clotilde Vice – Presidente CPO regione Toscana
Claudia Bienaimè consigliera comunale
Sara Vatteroni esperta in Diversity management
Frida Alberti presidente Ass. ARPA

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OTT
14
2013

Lampedusa nessuno può dire che non sapeva!

la vicenda di Lampedusa ha scosso le coscienze di molti, soprattutto tra coloro che sono deputati a prendere le decisioni perché non si verifichino più. In realtà tutto quello che è avvenuto in queste settimane è solo la punta dell’iceberg di una politica che ha fallito nella sua impostazione e non è solo per la scelleratezza della legge Bossi – Fini ma per la filosofia che da sempre guida il nostro legislatore.
la recente strage e le parole del Papa “vergogna” hanno indotto molti dei nostri governanti a una “retorica buonista” dimenticando che i primi accordi di collaborazione con la Libia per il contrasto dell’immigrazione clandestina, vennero conclusi dal ministro degli interni Napolitano e attraverso gli stessi accordi il governo del Ministro Maroni aprì la strada a vere e proprie deportazioni di tutti gli immigrati considerati tutti irregolari, perché quando si scappa da situazioni di guerra non si ha il tempo e l’occasione per prenotare un aereo, dotarsi di documenti in regola e sbarcare a Fiumicino.
Chi scappa e attraversa il mediterraneo, da tempo fugge da condizioni disumane di vita e le vicende delle primavere arabe e del conflitto siriano hanno solo aumentato la disperazione di questa area.
Ma la strage di Lampedusa potremmo dire è una strage annunciata, e purtroppo preceduta da molte altre anche se di minore entità.
Annunciata perché sta dentro una logica sicuritaria che sembra anche ignorare la realtà. In primo luogo l’immigrazione clandestina dalle frontiere marittime meridionali non supera il 12 % degli ingressi irregolari in Italia, in mala fede perché si sono utilizzate le normative comunitarie e “l’emergenza” per inasprire le normative interne in materia di immigrazione, quando l’Europa non impone affatto di mandare a morte i migranti che tentano la traversata del Mediterraneo.
Nelle comunicazione della commissione al Consiglio dell’Unione europea del 2006 affermava l’esigenza di cooperare con i paesi in transito dell’Africa e del Medio Oriente e sottolineava come i fenomeni migratori nel mediterraneo avessero assunto carattarestiche miste comprendendo migranti illegali che non richiedono particolare protezione, e rifugiati che invece la necessitano. Per questo le pratiche di sorveglianza delle coste dovevano essere improntate a coniugare l’esigenza di protezione delle coste e nel contempo dei richiedenti asilo, anche attraverso la redazione di protocolli di accoglienza redatti in collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale (OMI) e con l’UNHCR.
La commissione europea avvertiva in sostanza il rischio che le misure contro l’immigrazione clandestina potessero risultare in contrasto con il diritto internazionale e con il diritto di asilo, anche nelle concrete modalità operative degli interventi di controllo delle frontiere.
la risposta del governo italiano fu quello di introdurre, con la Bossi Fini, procedure più complesse per l’accesso alle coste via mare, criminalizzando l’ingresso irregolare, estendendo i tempi di trattenimento nei centri di detenzione amministrativa, pur sapendo che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che avrebbero il diritto a richiedere lo status di rifugiato politico o la protezione internazionale.
Segui una stagione di respingimenti in mare di natanti carichi di migranti verso i porti di partenza, spesso in situazioni di scarsa navigabilità e in condizioni metereologiche sfavorevoli e soprattutto di natanti non certo in condizioni di navigabilità, dove anche il semplice diritto di “visita” puoò mettere a repentaglio la vita dei naviganti come avvenuto in molti casi in caso di affiancamento e dello sposatamento delle persone verso il bordo dell’imbarcazione.
Infine il progetto FRONTEX (il protocollo venne sottoscritto nel 2004), finanziato all’Italia dall’Unione Europea con 200 milioni di euro dimostrò da subito la sua inadeguatezza. Nel 2008 malgrado l’aumento delle operazioni di pattugliamento congiunto hanno intercettato soltanto 11. 476 migranti contro i 23.438 intercettati nel 2006 ( dati ufficiali dell’Agenzia Frontex). Inoltre i dati testimoniano che, nonostante il progetto Frontex abbia consumato tante risorse in personale e convegni, azioni di cordinameto, lo stesso programma che oggi si chiede di incrementare, sia completamente inefficace sia per le modalità sia per il mancato accordo tra i paesi europei sulle modalità di respingimento verso i paesi di origine
Infatti dalle statistiche dei flussi migratori, sia per l’Italia che la Spagna, si evidenza la loro diminuzione solo quando si intraprendono accordi non solo di riammissione ma soprattutto di cooperazione economica.
Inoltre il progetto frontex ha comportato anche un cambiamento nelle barche della disperazione sempre più piccole, per fuggire ai controlli e con rotte sempre più lunghe.
Infine, ma non è certo secondario, nessuno ha mai messo in dubbio le condizione disumane in cui vivevano i migranti approdati alle coste libiche. Un paese la Libia che non ha mai sottoscritto le convenzione dei diritti umani e che nel contempo ha trovato nei migranti un buona carta da giocare sul tavolo internazionale per strappare convenzioni economiche e risorse sulla pelle dei migranti.
Le condizione sono disumane per chi viene respinto ma lo diventano anche per coloro che riecono ad arrivare in Italia. Lo scorso anno l’Italia ha emesso solo il 4,3% dei permessi di soggiorno per richiedenti asilo approdati alla Fortezza europa, e anche quando arriva il riconoscimento avviene dopo una lunghissima attesa, un anno e mezzo e un costo procapite del richiedente asilo di 45 euro presso le strutture della protezione civile. Daltro canto sia dai tempi della legge turco – napolitano e poi la Bossi Fini i governi hanno omesso, nonostante le procedure di infrazione europee, di elaborare un testo organico per l’asilo politico e così siamo fermi alla legge Martelli.
La strage di Lampedusa una strage annunciata, dal momento che il governo italiano ha realizzato una politica securitaria imponendo, unilateralmente operazioni di respingimento verso paesi come la Libia non rispettosi di nessuna convenzione umanitaria e con l’esplicita violazione di tutte le norme internazionali di tutela dei diritti umani. Oggi possiamo dire VERGOGNA perché nessuno puo’ dire che non sapeva.

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OTT
12
2013

Il Comune di Carrara perde i ricorsi al Tar per vizi di procedura!

Nelle scorse settimane sono state pubblicate tre sentenze, più o meno dello stesso tenore, in merito alle modalità di riscossione da parte del comune di carrara del contributo regionale ambientale, determinato dalla vigente legge regionale, e del contributo concessorio del Comune.
In primo luogo, per comprendere l'entità delle cifre di cui stiamo parlando, nel bilancio consuntivo del Comune di Carrara il primo capitolo, quello attinente al contributo ambientale prevede 14 milioni di euro mentre quello per i diritti concessori di 5 milioni. In realtà in questi anni, al di la delle stime, il Comune ha dovuto rimborsare parzialmente queste cifre in base ai ricorsi presentati e vinti da parte delle aziende.

Questo elevato contenzioso e soprattutto il gran numero di cause che vede il Comune soccombere è dovuto, principalmente alla farraginosità della normativa comunale, poiché se da un lato il quadro normativo generale è offerto dalla legge mineraria nazionale e dalla legge regionale, in realtà la potestà regolamentare del Comune diventa preminente perché determina le modalità di riscossione e le procedure di determinazione del canone.

La materia è regolamentata dalla legge mineraria nazionale che salvaguardia la specificità delle cave di carrara demandando alla regolamentazione comunale.
La corte costituzionale nel 95 con la sentenza n. 488 affermò che, poiché il marmo è un bene indisponibile del comune, deve essere dato in concessione a privati a titolo oneroso e temporaneo, e che il contributo ambientale è determinato con riferimento ai prezzi di mercato.

In realtà la norma regionale offre un quadro di riferimento ma la principale competenza a legiferare ricade nel regolamento degli Agri marmiferi del Comune di Carrara, il primo testo del 1994 (era atteso da almeno 50 anni) sono avvenute ben sei nuove stesure e affronta una serie di aspetti. L'art10 disciplina le modalità di riscossione del canone concessorio. Oggi l'art 10 (dal bis al sexies!) ha subito ben sei stesure, arrivando a introdurre sei modalità alternative per la riscossione di questo contributo, in un primo tempo si è introdotto la procedura per cui il comune determinato il canone, in relazione alla qualità e alla tipologia di marmo estratto, comunica all'azienda quanto dovuto. Successivamente l'amministrazione Conti introdusse la procedura degli accordi cioè comune e azienda concordano l'aliquota che include sia il canone che il contributo regionale ambientale, quest'ultimo è una tassa di scopo che deve essere reimpiegata per interventi nel territorio che risente da un punto di vista ambientale e infrastrutturale di questa attività molto impattante.

Nel 2004 venne sottoscritto il primo accordo. Nel 2008 il comune ritenne di procedere a un nuovo accordo incrementando le aliquote e da li si apri un contenzioso incredibile, in realtà i nuovi accordi vennero sottoscritti il primo da solo 22 ditte e il secondo da 11. Nel 2011 il Comune annulla unilateralmente gli accordi e determina le aliquote e invia comunicazioni alle aziende dell'incremento e le nuove tariffe.

A fronte di questo cambiamento di atteggiamento del Comune, i più grossi e potenti cavatori insieme all'associazione industriali promossero tre ricorsi al TAR, e il Comune perde tutti e tre.
Fino a qua la questione sembra filare, gli accordi del 2008 e del 2009 non vengono sottoscritti, il comune ritira la procedura, impone, come d'altro canto avviene a tutti i cittadini le imposte dovute per legge, e però perde i ricorsi!
In realtà li perde per vizi procedurali. Infatti le tre sentenze, oltre a una serie di eccezioni di competenza, che vengono respinte, affermano che il Comune, benché avesse il potere di procedere a una nuova tassazione anche senza accordo, viola l'art 7 della legge 241/1990 in quanto "non ha comunicato l'avvio del procedimento, nonostante gli stessi accordi stipulati tra le parti prevedessero un tavolo di concertazione permanente idoneo anche a risolvere problematiche di natura straordinaria successivamente intervenute" inoltre in merito all'annullamento degli accordi, la corte osserva che il Comune non poteva procedere unilateralmente ma doveva comunicare la sua volontà, stante che gli accordi comunque erano sottoscritti.

Infine nonostante la difesa fosse affidata a un eminente professionista, la corte evidenzia: carenza e/o insufficienza di motivazioni nella memoria difensiva del danno economico e in merito alle comunicazioni inviate alle aziende si denuncia l'incompletezza delle informazioni richieste anche per giustificare un eventuale avvio di procedimento.

Insomma il Comune, su una partita così importante, in cui tentava di ripristinare il suo potere impositivo rinunciando alla stagione degli accordi forieri di ricorsi e di instabilità per la casse comunali come dichiarato dai revisori dei conti a ogni bilancio consuntivo, perde per semplici vizi di forma!

Chiaramente la questione non è chiusa qua, il comune ha già dichiarato di voler procedere in appello, ma in realtà ciò che le sentenze evidenziano ma anche le stesse memorie difensive sottolineano, che le norme scritte dal comune sono farraginose, complesse e lacunose e che il tema e risorse in gioco sono troppo importanti perché le minacce e i proclami non lascino lo spazio alla definizione di un testo, che pur tenendo conto della realtà specifica del marmo di carrara, definisca regole certe sia per i procedimenti di attribuzione delle concessioni, ad oggi nonostante i 200 esercenti pochissimi hanno una concessione che dovrebbe essere onerosa e temporanea - come sottolineato dalla Corte Costituzionale nel '95 - e per il pagamento di quanto dovuto sia per le ricchezze che dovrebbero ricadere sulla collettività, sia per gli interventi di ripristino del territorio che risente fortemente dell'attivita estrattiva.
Infatti gli ultimi dati dell'export evidenziano che il comparto del Marmo ha esportato marmi per un valore di 305 milioni di euro per il 2012, un trend, nonostante la crisi economica, in crescita negli primi tre mesi del 2013 del valore di +7,2%.

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MAR
25
2013

Retitudine 11: intervento di Sara Vatteroni

Prima di iniziare il mio intervento vorrei anche io far riferimento all’esperienza di Rivoluzione Civile che mi ha lasciato un grande dolore non per il risultato elettorale e neppure per aver perduto ma perché ho percepito che non ero in sintonia con il paese, eravamo da un altra parte e questa consapevolezza mi ha creato un forte disagio.

Vorrei focalizzare il mio intervento su alcune parole. Occupandomi in questi anni di razzismo e pari opportunità ho imparato che dall’analisi imagedelle parole si può affermare che una società e’ razzista o di fatto non riconosce le pari opportunità. In Italia non abbiamo le leggi razziali ma dietro il significato delle parole possiamo riconoscere il razzismo strisciante che caratterizza la nostra società, allo stesso modo per il riconoscimento della pari dignità delle donne questa passa attraverso l’uso o l’abuso delle parole e delle immagini. Ho utilizzato questi stessi criteri di analisi per la situazione politica di oggi.

Autenticità vs credibilità

L’autenticità e’ un valore intrinseco della persona, la credibilità e’ come invece vieni percepito: Papa Francesco e’ autentico e credibile, ma la Chiesa, la comunità cattolica sarà in grado di esserlo altrettanto? In questi giorni ero in visita in una comunità cattolica che sta realizzando un progetto importante per il reinserimento dei detenuti sperimentando forme alternative al carcere, nel trasmettergli il mio entusiasmo per la scelta di Papa Francesco mi è stato risposto ma la Comunità dei cristiani sarà in grado di far perdere di credibilità la figura del nuovo Papa, sarà in grado di rappresentare il cambiamento di porre al centro della sua azione la persona, i poveri?
Applicando poi queste parole al M5S ho cercato di approfondire, andare oltre gli aspetti superficiali, ebbene penso che il M5s abbia goduto di una grande credibilità, che RC non aveva. Gli elettori lo hanno ritenuto credibile perché in grado di rompere gli schemi e obbligare il futuro governo a fare delle scelte giuste appunto a 5 stelle.
Sicuramente la loro organizzazione dal basso, la partecipazione dei territori da al movimento grande autenticità e credibilità e anch’io vedo con grande simpatia questi neo parlamentari aggirarsi tra i corridoi del parlamento, rompendo vecchi e superati protocolli. Allo stesso modo non credo che rappresentino l’anti politica, che invece è stata prodotta dai tanti “professionisti” della politica che hanno più pensato ai giochi di palazzo che al futuro del nostro paese.
Ma il M5S e’ realmente autentico?
In questi giorni sto cercando di approfondire la loro conoscenza e ho colto alcuni aspetti, quelli positivi li ho elencati prima, altri mi hanno fatto riflettere ed in particolare il non rispetto della meritocrazia e il non considerare i percorsi delle persone come un valore aggiunto di cui tutta la nostra società dovrebbe avvalersi, in particolare sulla nomina di Grasso e Boldrini che ritengo persone degnissime e di alto profilo e che penso siano state proposte ed elette dalla maggioranza proprio su spinta, sembra paradossale, proprio per la presenza del M5S. Inoltre la proposta di avere la nomina della commissione RAI ancora una volta un movimento che occupa la Rai, quando la vera battaglia dovrebbe essere fuori i partiti dalla Rai!
Insomma speriamo che il buongiorno non si veda dal mattino ma sicuramente il M5S richiede un plus di analisi se non altro per il grande successo elettorale di cui bisogna tenere conto.

Il quadro politico non è molto chiaro sono saltati i riferimenti al punto che oggi molti di noi si chiedono se siamo una minoranza culturale chi si arrischia a paragonarci a una riserva indiana, ebbene io non ho dubbi siamo una riserva indiana! Io stessa, il mio profilo, se interrogo l’Istat mi conferma di essere una riserva indiana: donna sposata con tre figli, laureata, che fa politica ed è libero professionista. In realtà io divento maggioranza quando penso alle mie paure, di madre che teme la mancanza di una rete sociale che riesca, indipendentemente dalle vicende lavorative mie e di mio marito, a non privare i mie figli delle opportunità legate ai loro studi, alla loro salute ecc… Quando penso alla vivibilità dell’ambiente ecc… Insomma dobbiamo tradurre i nostri valori nella quotidianità delle vita delle persone, solo così diventiamo maggioranza!
Allora dobbiamo operare per costruire un soggetto che si basi su alcune parole chiave: la collegialità frutto di una leadership condivisa, e sopratutto avviare un processo per costruire una comunità di riferimento che abbia una sua identità e valori di riferimento, la lotta all’illegalità, la costruzione di una società che si fondi sulla centralità dei bambini e delle bambine perché sia più sostenibile, e rispettosa dei tempi e delle necessità di ognuno.

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MAR
25
2013

Retitudine 11 Intervento di Marcello Bigerna

Parto con la mia riflessione da Rivoluzione Civile e da come io ho vissuto questa esperienza che alla fine è stata utile se è riuscita a farci capire (come penso sia riuscita da quello che ci siamo detti in questi due giorni) che La RETE (e noi abbiamo aggiunto 2018 proprio per questo) non vuole cambiare il mondo, ma attrezzarsi per farlo.
imageRivoluzione Civile ci ha fatto capire che i Partiti, in Italia, sono tutti definitivamente morti.
Rivoluzione Civile ci ha fatto capire che destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra sono categorie ormai estinte.
Rivoluzione Civile ci ha fatto anche capire, però, che qualcuno se ne è già accorto, qualcun altro no, qualcun altro ancora crede che il Partito sia una casa di cemento armato con tanto di fondamenta, tetto, finestre con doppi vetri e portoni blindati.
Rivoluzione Civile ci ha fatto capire che il Big Bang ancora non è arrivato, che dobbiamo continuare ad attrezzarci, che non è arrivato ancora il nostro tempo.
Io ero convinto di questo già prima dell’esperienza di Rivoluzione Civile, non penso sia un segreto, però come avete visto mi sono impegnato per e in questa esperienza, perché come ha detto Azzolino ieri, gli amici della RETE mi hanno chiesto di impegnarmi, perché alcuni di loro erano convinti che fosse arrivato il nostro tempo ed infine perché la speranza per noi sta sempre nell’assumerci le nostre responsabilità e perché noi siamo simili nel nostro non sentirci mai a posto, mai arrivati, mai in grado di capire sempre tutto, nel nostro continuare a interrogarci, a guardarci dentro e a guardarci attorno, nel nostro andare ad abbattere un altro recinto senza limitarci a contemplare il recinto appena abbattuto.
Luca sa cosa ho fatto e ho dovuto fare in quei due giorni e due notti perché La RETE 2018 fosse presente e rappresentata in Rivoluzione Civile e come ci fosse qualcuno che se avesse potuto avrebbe fatto volentieri a meno di noi, però sa anche che alla fine di quei due giorni e due notti gli ho telefonato e detto “Luca, non ci siamo, non ce la facciamo”. Ero, però sereno e tranquillo come sono stato sereno e tranquillo il giorno dopo le elezioni perché Rivoluzione Civile mi aveva fatto capire una cosa:
noi eravamo gli unici tra tutti e sette i soci fondatori ad avere un progetto.
Gli unici che a semplice chiamata hanno formato un’organizzazione su tutto il territorio (un’organizzazione di scopo, ma un’organizzazione).
Gli unici che a semplice chiamata si sono riuniti a Roma, da tutta Italia.
Gli unici che non hanno avuto bisogno di chiedere la sospensione dei lavori perché dovevano confrontarsi con i loro recinti interni.
Gli unici che a semplice chiamata si sono candidati senza la possibilità di essere eletti anche se non credevano che quello fosse il nostro progetto.
Per questo, io penso, non abbiamo sentito ciò che Luca senti quando Caponnetto e gli altri non entrarono in Parlamento. Quello era il sentimento di chi vede il proprio progetto, o quello che lui pensa essere il proprio progetto, fallire.
Rivoluzione Civile non era il nostro progetto, ma solo un altro recinto da abbattere e dopo averlo abbattuto ci è dispiaciuto per gli amici che invece ci credevano, ma sapevamo che dopo ci sarebbe stata Acquasparta e come dice Azzolino ci saremmo dissetati, rinfrescati e non ci saremo più sentiti la particella di sodio che sola si aggira per la bottiglia, per il recinto bottiglia.
Acquasparta, La RETE 2018, la Retitudine e’ anche questo.
Un luogo dove, dopo aver abbattuto un recinto, ci si rinfresca, ci si disseta per ripartire ad abbattere un altro recinto.
Un luogo che serve a ricordarci che noi siamo “tante minoranze culturali” che ogni volta che si abbatte un recinto diventano una minoranza sempre più grande fino a quando non riusciremo a costruire la grande RETE che sarà la somma di tante minoranze culturali che diverranno maggioranza, ma che avranno sempre bisogno di Acquasparta, de La RETE (a quel punto potremo togliere 2018 o 2023 o 2028 …), de la Retitudine che gli ricordi che siamo minoranza culturale.
Ecco, che allora, penso sia chiaro quello che abbiamo sempre detto e cioè che La RETE è lievito culturale e sintesi politica, ma non rappresentanza istituzionale, perché La RETE è minoranza culturale.

Allora che fare ??

Nemmeno io mi esimo dal fare riferimento ai due “fenomeni” del momento.

1) Come dice Papa Francesco dobbiamo costruire ponti.

2) Dobbiamo dirci e dire che La RETE 2018 è differente da GRILLO.
E’ differente perché:
Grillo: “il Movimento cambierà il mondo”
La RETE: “noi non vogliamo cambiare il mondo, ma attrezzarci per farlo”
Grillo: “la rete sostituirà il palazzo”
La RETE: “l’ascolto e la partecipazione sono la vera rivoluzione”
Grillo: “l’Italia fuori dall’Europa”
La RETE: “noi vogliamo costruire gli Stati Uniti d’Europa che siano l’Europa dei cittadini e non l’Europa delle banche e della speculazione finanziaria”
GRILLO e’ solo protesta (o come diceva Luca nella Retitudine notturna anche qualcosaltro) che si e’ fatta rappresentanza istituzionale.
La RETE e’ “… Da qui, la scelta di dar vita a La Rete 2018 e vivere La Retitudine come un percorso di valori, comune e condiviso, in grado di dar voce e interpretare le istanze più vive della società civile. Esso si propone due compiti, lievito culturale e sintesi politica, non ha il livello di rappresentanza istituzionale.
Grillo e il M5S sono la protesta che si fa rappresentanza istituzionale noi siamo l’opposto siamo lievito culturale e sintesi politica.

Ieri dopo due giorni di bellissima discussione (ci metto anche l’incontro con il Sindaco di Capannori che ci ha introdotto perfettamente a questa Retitudine) Luca ha iniziato a delineare un’idea:
- BASTA CONTRO
- BASTA PENSARE ALLE ELEZIONI
- CODICE ETICO, DI COMPORTAMENTO E DI PARTECIPAZIONE
- IL MIO PARTITO E’ (l’ordine non è casuale) L’EUROPA PALERMO, L’ITALIA = RETE 2018 = PARTITO DI HOWARD DEAN

Ma quale è la struttura del Partito di Howard Dean
Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Democratico non ha forme di iscrizione a livello nazionale. L’unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all’atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta): tale dichiarazione, in alcuni Stati, è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse).
Il Partito Democratico ha comunque, a livello locale, partiti affiliati (uno per Stato), ciascuno dei quali può prevedere forme di “membership” di vario tipo; in generale, però, l’appartenenza ad un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. Unico organismo centrale al vertice del partito è il Comitato Nazionale (Democratic National Committee), che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell’operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali; esso può tutt’al più appoggiare ufficialmente la campagna di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti presenta al suo interno varie correnti alternative che, pur nell’ovvia diversità sui singoli temi, hanno dimostrato di saper coesistere in maniera unitaria senza ricorrere a scissioni o strappi dolorosi. È ovviamente capitato che singoli esponenti politici del partito dell’asinello abbiano cambiato partito ma nel complesso tali trasferimenti non hanno intaccato la consistenza del movimento. Le fazioni interne al Democratic Party possono essere suddivise in tre grandi macroaree: liberal; moderati, conservatori e libertari; minoranze etniche e religiose. È comunque da sottolineare che i confini tra le correnti sono molto sfumati e su alcuni temi è difficile stabilire quale sia la posizione liberale e quale sia quella conservatrice; cionondimeno è doveroso segnalare che non di rado sono divampate polemiche interne, soprattutto nel periodo che va dalla fine della presidenza Clinton all’inizio dell’amministrazione Obama.

Come è cambiato il Partito Democratico da Gore a Obama con la Presidenza di Howard Dean
Nel 2000, i Democratici hanno candidato l’ex vice di Clinton Al Gore, contro il repubblicano George W. Bush. Gore è stato sconfitto, in parte per il relativo successo del candidato dei Verdi Ralph Nader, in parte per le regole elettorali che lo hanno beffato nonostante avesse ottenuto più voti dell’avversario, e che hanno provocato molte polemiche.
Dopo questa sconfitta sul filo di lana, i Democratici hanno faticato a riprendersi, anche per il nuovo clima creato dagli attentati dell’11 settembre, che hanno favorito il compattarsi dell’opinione pubblica intorno al Presidente Bush. Solo dopo alcuni anni i Democratici hanno fatto sentire la loro voce critica su certi aspetti della cosiddetta “guerra al terrorismo” di Bush, oltre che sulla politica economica, soprattutto per l’aumento della disoccupazione e il drastico peggioramento del deficit. Comunque, anche il candidato del 2004 John Kerry è stato battuto nella corsa alla Presidenza.
Nel 2005 Howard Dean diventa Presidente del Partito Democratico USA.
Alle elezioni politiche di metà mandato del 2006 i democratici hanno conquistato 229 seggi alla Camera dei Rappresentanti (29 in più), conquistandone il controllo dopo dodici anni. Nancy D’Alesandro Pelosi è diventata la speaker della nuova Camera, che ha iniziato a riunirsi nel gennaio 2007. La Pelosi è la prima donna e il primo politico italo-americano a ricoprire tale carica, terza nella linea di successione presidenziale. Anche al Senato il partito Democratico è diventato, nei fatti, il partito di maggioranza. Se i seggi del partito sono, infatti, 49 come quelli dei Repubblicani, due senatori indipendenti (Joseph Lieberman – eletto nella lista Connecticut for Lieberman, in quanto non aveva ottenuto la candidatura democratica a causa delle sue posizioni considerate troppo moderate e vicine all’Amministrazione – del Connecticut e l’indipendente di sinistra Bernie Sanders del Vermont) si iscriveranno al gruppo democratico.
A determinare il successo dei Democratici, è stata anche la decisione del partito di presentare candidati con idee conservatrici nei seggi fino ad allora controllati da repubblicani. Dopo questa competizione elettorale, il partito ha anche ripreso la maggioranza delle cariche di governatore (in 28 stati su 50). Il presidente Bush si è reso disponibile a politiche concordate con i Democratici e il segretario della difesa Donald Rumsfeld, considerato responsabile politico di una strategia militare fallimentare in Iraq, si è dimesso.
Il gruppo democratico alla Camera ha eletto come leader Steny Hoyer (carica a cui era anche candidato John Murtha, appoggiato da Nancy Pelosi. Murtha, favorevole ad un ritiro immediato dall’Iraq, era stato coinvolto in un affare di corruzione negli anni ottanta). Al Senato, il leader della maggioranza è Harry Reid, primo mormone a raggiungere tale carica. Alle elezioni presidenziali del 2008, i Democratici, nella Convenzione nazionale, hanno candidato Barack Obama, il quale ha vinto contro il Repubblicano John McCain, e successivamente, nel Novembre 2012 contro Mitt Romney, che è dal 20 gennaio 2009 il 44º presidente degli Stati Uniti d’America.

Con Aldo Civico ormai ci sentiamo quasi ogni giorno per parlare di RETE 2018 e quasi ogni giorno Aldo parla con i collaboratori di Haward Dean de La RETE 2018 e di come organizzare l’incontro tra La RETE 2018 e il PARTITO DEMOCRATICO USA.

Concludo con una domanda. Vi siete chiesti perché Howard Dean ha accettato di venire a La Retitudine e incontrare questa “minoranza culturale” e non ha accettato di venire in Italia invitato da qualcun altro (scusate se non posso dire chi) che forse in questo momento è l’unica maggioranza culturale che c’è in Italia?

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MAR
06
2013

MASSIMO RECALCATI: Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

mercoledì 6 marzo 2013 Testata:REPUBBLICA

Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

COSA è accaduto nella sinistra italiana in questa ennesima sconfitta elettorale? Un evidente problema nella trasmissione dell’eredità.

Essa ha voluto aggirare il tempo fatale dell’avvicendamento, del lasciare il posto al nuovo, del rendere possibile il trauma necessario del rinnovamento. Il padre non ha voluto lasciare il suo posto. Non ha saputo vedere che il solo argine nei confronti del rifiuto socialmente diffuso della “politica” era animare un cambiamento interno della politica che esigeva la forza unica di un simbolo. Tale era la candidatura di Renzi dal punto di vista simbolico, al di là del giudizio politico che si può dare di lui. Ma per quale ragione questo avvicendamento non si è realizzato? Esiste anche una responsabilità del nuovo, non solo del vecchio. Lo slogan della “rottamazione” è stato infelice quanto quello dell”`usato sicuro”. Se la metafora dell’usato sicuro era sintomatica di una difficoltà ad immaginare il trauma necessario del cambiamento – tenere quello che si ha ad ogni costo -, quella della rottamazione fallisce il senso autentico dell’ereditare. Il vecchio padre si è irrigidito nella sua posizione perché non si è sentito riconosciuto dal figlio. L’ideologia della rottamazione voleva fare a meno dei padri senza servirsi di loro. Impraticabile: l’anima necessariamente conservatrice del partito e dei suoi organi istituzionali ha reagito emarginando il nuovo e uccidendo il figlio ribelle.

Illustrando il complesso di Edipo, Freud aveva messo in luce come la relazione tra i figli e i padri sia marcata da una ambivalenza profonda: ilpadre non è solo la rappresentazione eroica di un Ideale ineguagliabile, ma è anche un rivale con il quale si combatte un duello all’ultimo sangue. La dimensione conflittuale dell’Edipo si risolve solo se le armi vengono deposte e si sancisce un armistizio: il padre deve riconoscere il suo inevitabile tramonto lasciando il suo posto al figlio, mentre il figlio deve riconoscere al padre il debito simbolico del dono della vita. Il padre diventa così una funzione indispensabile nella trasmissione dell’eredità e il figlio, in quanto erede, avrà il compito di realizzare in una forma nuova ciò che ha ricevuto. Se il padre o il figlio non riconoscono questa discendenza simbolica, la dialettica edipica può incancrenirsi in una rivendicazione sterile: il padre impedisce al figlio di avere un suo posto nel mondo rifiutando di tramontare; mentre il figlio esige la morte del padre e il rinnegamento della sua provenienza e del debito che essa implica. Il conflitto si imbarbarisce: il nuovo vuole uccidere il vecchio perché il vecchio non lascia posto al nuovo e il vecchio non lascia posto al nuovo perché il nuovo non vuole riconoscere il suo debito nei confronti del vecchio.

Se il partito di Berlusconi è immune dalle dissonanze dell’ eredità perché è strutturalmente privo di possibili eredi in quanto il padre è un Duce – senza discendenza, politicamente sterile – che fa coincidere la sua esistenza con quella del partito, dunque che esclude l’orizzonte della trasmissione della leadership, il problema dell’eredità già oggi sta attraversando e attraverserà fatalmente il movimento dei grillini.

Il padre di questo movimento non rappresenta per nulla il vecchio, la provenienza, la radice, la memoria, l’istituzione. Questo nuovo padre si propone come senza storia, senza memoria, senza provenienza, senza un volto politicamente riconoscibile, mascherato, radicalmente post-ideologico. Non ha mai voluto entrare sulla scena edipica della politica, ma si è sempre mantenuto fuori (Lacan gli direbbe; ma “fuori” da cosa? Tu pensi davvero che esista un “fuori”?). Il rifiuto del confronto con gli altri è una cifra essenziale di questa posizione che si propone come sorretta da un ideale di incontaminazione.

La dialettica democratica lascia allora il posto all’insulto dell’Altro che si mescola, come spesso accade in ogni fondamentalismo, con un fantasma di purezza: da una parte i puri, i redentori, dall’altra gli impuri, gli indegni. Di qui la sua forza anarchica e sovversiva e il potere straordinario di aggregazione di fronte ad un mondo politico drammaticamente corrotto e incapace di rinnovarsi dall’interno. La saggezza del nostro presidente della Repubblica che difende giustamente il diritto del popolo italiano di scegliere i suoi rappresentanti, urta drasticamente contro l’uso violento dell’insulto con il quale il padre del nuovo movimento insiste nel praticare il non-confronto con gli altri.

Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno i suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclama la democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone.

Il problema dell’eredità sembra allora rovesciarsi rispetto a quello che è accaduto alla sinistra: non è il padre come simbolo del vecchio che non vuole abbandonare il suo posto di fronte alla minaccia edipica della rottamazione, ma saranno probabilmente i figli che dovranno assumersi la responsabilità di non essere più “fuori” dalle istituzioni essendone diventati invece dei diretti rappresentanti. Saranno allora i figli a esigere il dialogo politico – rifiutato dal loro padre come segno di indegnità – come unica condizione per assicurare ad un paese in gravi difficoltà un governo possibile.

A questi nuovi figli dal viso pulito e dagli ideali forti dobbiamo affidare il compito di far ragionare un padre che sembra – almeno sino a questo momento – rifiutare la responsabilità che sempre comporta la sua funzione e a mascherarsi da “anima bella” che per Hegel era quella figura della Fenomenologia dello spirito che pretendeva di giudicare la storia dall’alto della sua beata innocenza senza considerare che nessuno mai può giudicare la storia senza considerare di farne parte.

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