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MAR
06
2013

MASSIMO RECALCATI: Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

mercoledì 6 marzo 2013 Testata:REPUBBLICA

Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

COSA è accaduto nella sinistra italiana in questa ennesima sconfitta elettorale? Un evidente problema nella trasmissione dell’eredità.

Essa ha voluto aggirare il tempo fatale dell’avvicendamento, del lasciare il posto al nuovo, del rendere possibile il trauma necessario del rinnovamento. Il padre non ha voluto lasciare il suo posto. Non ha saputo vedere che il solo argine nei confronti del rifiuto socialmente diffuso della “politica” era animare un cambiamento interno della politica che esigeva la forza unica di un simbolo. Tale era la candidatura di Renzi dal punto di vista simbolico, al di là del giudizio politico che si può dare di lui. Ma per quale ragione questo avvicendamento non si è realizzato? Esiste anche una responsabilità del nuovo, non solo del vecchio. Lo slogan della “rottamazione” è stato infelice quanto quello dell”`usato sicuro”. Se la metafora dell’usato sicuro era sintomatica di una difficoltà ad immaginare il trauma necessario del cambiamento – tenere quello che si ha ad ogni costo -, quella della rottamazione fallisce il senso autentico dell’ereditare. Il vecchio padre si è irrigidito nella sua posizione perché non si è sentito riconosciuto dal figlio. L’ideologia della rottamazione voleva fare a meno dei padri senza servirsi di loro. Impraticabile: l’anima necessariamente conservatrice del partito e dei suoi organi istituzionali ha reagito emarginando il nuovo e uccidendo il figlio ribelle.

Illustrando il complesso di Edipo, Freud aveva messo in luce come la relazione tra i figli e i padri sia marcata da una ambivalenza profonda: ilpadre non è solo la rappresentazione eroica di un Ideale ineguagliabile, ma è anche un rivale con il quale si combatte un duello all’ultimo sangue. La dimensione conflittuale dell’Edipo si risolve solo se le armi vengono deposte e si sancisce un armistizio: il padre deve riconoscere il suo inevitabile tramonto lasciando il suo posto al figlio, mentre il figlio deve riconoscere al padre il debito simbolico del dono della vita. Il padre diventa così una funzione indispensabile nella trasmissione dell’eredità e il figlio, in quanto erede, avrà il compito di realizzare in una forma nuova ciò che ha ricevuto. Se il padre o il figlio non riconoscono questa discendenza simbolica, la dialettica edipica può incancrenirsi in una rivendicazione sterile: il padre impedisce al figlio di avere un suo posto nel mondo rifiutando di tramontare; mentre il figlio esige la morte del padre e il rinnegamento della sua provenienza e del debito che essa implica. Il conflitto si imbarbarisce: il nuovo vuole uccidere il vecchio perché il vecchio non lascia posto al nuovo e il vecchio non lascia posto al nuovo perché il nuovo non vuole riconoscere il suo debito nei confronti del vecchio.

Se il partito di Berlusconi è immune dalle dissonanze dell’ eredità perché è strutturalmente privo di possibili eredi in quanto il padre è un Duce – senza discendenza, politicamente sterile – che fa coincidere la sua esistenza con quella del partito, dunque che esclude l’orizzonte della trasmissione della leadership, il problema dell’eredità già oggi sta attraversando e attraverserà fatalmente il movimento dei grillini.

Il padre di questo movimento non rappresenta per nulla il vecchio, la provenienza, la radice, la memoria, l’istituzione. Questo nuovo padre si propone come senza storia, senza memoria, senza provenienza, senza un volto politicamente riconoscibile, mascherato, radicalmente post-ideologico. Non ha mai voluto entrare sulla scena edipica della politica, ma si è sempre mantenuto fuori (Lacan gli direbbe; ma “fuori” da cosa? Tu pensi davvero che esista un “fuori”?). Il rifiuto del confronto con gli altri è una cifra essenziale di questa posizione che si propone come sorretta da un ideale di incontaminazione.

La dialettica democratica lascia allora il posto all’insulto dell’Altro che si mescola, come spesso accade in ogni fondamentalismo, con un fantasma di purezza: da una parte i puri, i redentori, dall’altra gli impuri, gli indegni. Di qui la sua forza anarchica e sovversiva e il potere straordinario di aggregazione di fronte ad un mondo politico drammaticamente corrotto e incapace di rinnovarsi dall’interno. La saggezza del nostro presidente della Repubblica che difende giustamente il diritto del popolo italiano di scegliere i suoi rappresentanti, urta drasticamente contro l’uso violento dell’insulto con il quale il padre del nuovo movimento insiste nel praticare il non-confronto con gli altri.

Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno i suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclama la democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone.

Il problema dell’eredità sembra allora rovesciarsi rispetto a quello che è accaduto alla sinistra: non è il padre come simbolo del vecchio che non vuole abbandonare il suo posto di fronte alla minaccia edipica della rottamazione, ma saranno probabilmente i figli che dovranno assumersi la responsabilità di non essere più “fuori” dalle istituzioni essendone diventati invece dei diretti rappresentanti. Saranno allora i figli a esigere il dialogo politico – rifiutato dal loro padre come segno di indegnità – come unica condizione per assicurare ad un paese in gravi difficoltà un governo possibile.

A questi nuovi figli dal viso pulito e dagli ideali forti dobbiamo affidare il compito di far ragionare un padre che sembra – almeno sino a questo momento – rifiutare la responsabilità che sempre comporta la sua funzione e a mascherarsi da “anima bella” che per Hegel era quella figura della Fenomenologia dello spirito che pretendeva di giudicare la storia dall’alto della sua beata innocenza senza considerare che nessuno mai può giudicare la storia senza considerare di farne parte.

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FEB
22
2013

“Nel paese della bugia la verità è una malattia” di Cristina Agostinelli e Marco Manneschi

Ad un passo dalle elezioni il tema del voto utile sembra essere il vero protagonista. Ormai da tempo se ne parla, troppo spesso se ne sparla.
Come prima cosa è necessario chiarire una questione di termini: “utile” per chi? Per il partito? Per gli elettori? Per il bipolarismo? Quel che è senz’altro utile è che la democrazia, quella vera, non contempla l’esistenza di un voto inutile, per definizione un ossimoro, poiché nella democrazia il voto è lo strumento per esprimere idee e soprattutto libertà di scelta.
Il voto è un diritto e il diritto è “uno stato di non obbligo” (così ripetutamente la Corte Costituzionale).
Quello a cui forse i partiti tradizionali pensano quando invitano al “sacrificio dell’utilità” è al “voto strategico”, frutto delle dinamiche di coordinamento strategico degli elettori.
Metodologicamente la logica è chiara: votare strategicamente vuol dire votare per un partito meno gradito ma considerato più grande per acciuffare il premio di maggioranza, piuttosto che per uno più gradito ma giudicato più piccolo.
Ma questo atteggiamento impedirebbe ogni forma di rinnovamento della politica attraverso la competizione elettorale, lasciandolo all’evoluzione della vita interna dei partiti.
Peraltro presuppone sostanzialmente un sistema bipartitico, come in America: ma siamo così sicuri che in Italia vogliamo un sistema bipartitico?
Siamo così sicuri che vogliamo cambiare i partiti solo al loro interno?
Il fenomeno Grillo depone radicalmente a sfavore di questa tesi, come in realtà tutta la storia della repubblica costituzionale.
E questo sopratutto oggi allorquando i partiti e le coalizioni in campo con certezza o alta probabilità di ingresso in Parlamento sono almeno 5. E con il Senato, conseguentemente, dove non ci sarà un vincitore (in Lombardia ce la dovrebbe fare di misura Ambrosoli per la Regione grazie al voto disgiunto che non arriverà per il Senato, in Sicilia la lista Crocetta non basterà a riequilibrare la riunificazione del centro destra, e l’UDC corre con Monti, in Veneto il divario con il centro destra – e ora con Grillo – è incolmabile: ciò comporta automaticamente l’assenza di una maggioranza che invece l’alleanza di centro sinistra tradizionale avrebbe assicurato…amen).
Date queste premesse è lecito domandarsi quanto sia davvero serio far forza sull’idea di un voto “utile” in presenza dell’attuale offerta politica che si svincola dalle logiche bipolari dell’utilità.
Per decenni l’idea dell’accontentarsi del meno peggio ha funzionato, ma oggi con la domanda di scelte decise, in ogni senso, non sarà così scontato: soprattutto oggi se tra gli elettori saranno presenti alte componenti di idealità e radicalità (i problemi si acuiscono – le risposte si radicalizzano): è chiaro che una visione idealista e radicalizzata contrasta per definizione con la visione strumentale e utilitarista del voto.
L’argomento del voto utile pare quindi riservato a coloro che mettono in campo la razionalità decisionale; in tal caso però la tesi convincerebbe solo laddove il sistema politico sia in grado di utilizzare regole del gioco manipolative e capaci di incentivare il mantenimento di un formato bipolare o bipartitico preesistente e potenzialmente funzionante, ossia dove realmente corrono due soli cavalli in grado di vincere con le proprie forze.
Invece l’attuale offerta politica non ha niente di tutto ciò né in termini di formato partitico né in termini di meccanica delle regole del gioco e la responsabilità non è certo di chi non ha usato il voto strategico.
Quel che è chiaro è che a queste condizioni l’appello al voto strategico non ha più il potenziale di ricatto auspicato dai vecchi grandi partiti, perché data l’offerta elettorale e date le regole elettorali non è più la sola strategia consentita. Nella partita controversa del Senato il solo voto utile non garantirà la maggioranza per governare alla coalizione di centro sinistra così che questa avrà comunque bisogno del sostegno di altri. L’elettore che risponde all’appello del voto strategico dovrà quindi valutare bene quello che sarà l’equilibrio e quale sarà il potenziale di incidenza delle altre forze politiche in grado di inclinare l’asse da una parte o dall’altra.
Inoltre, va da se che la strategia è funzionale laddove è ben contestualizzata: chiedere un voto strategico agli indecisi di sinistra o a tutta la sinistra, per la competizione al Senato in regioni come la Toscana non risponde ad alcuna logica di voto strategico così come l’abbiamo intesa, ma ad una logica diversa paradossalmente e politicamente ceca se osservata in corrispondenza degli effetti che si andranno a produrre.
In Toscana come altrove il ragionamento è logico: 10 seggi, il 55% dell’assemblea, verranno conquistati dal vincitore con la maggioranza relativa dei consensi, mentre i restanti 8 saranno distribuiti proporzionalmente ai miglior perdenti. Se l’ipotesi della vittoria del centro sinistra come vincitore e del centro destra come principale oppositore regge e reggerà, l’indeciso che voterà Pd solo in risposta all’appello dell’utilità, involontariamente incentiverà il Pdl, poichè il Pd avrà comunque il premio di maggioranza e il Pdl o Grillo non avranno avversari potenziali con cui dover suddividere i seggi di opposizione. Votare Rivoluzione Civile al Senato in una Regione come la Toscana con queste regole del gioco è la strategia per sostenere proprio una prospettiva di centro sinistra.

Marco Manneschi-consigliere regionale Idv
Cristina Agostinelli-dott.ssa in Scienze della politica e dei processi decisionali

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FEB
08
2013

Sara vatteroni (RC ): solo 4 lavoratori della EATON assunti dal Nuovo Pignone, quale ricaduta dopo tanto investimento anche da parte degli enti locali?

Oggi Sara Vatteroni, candidata di Rivoluzione Civile alla Camera, con l’on. Zipponi ha incontrato alla EATON i lavoratori, si è discusso delle prospettive future dello stabilimento che in questo momento vive una fase di stasi, il dramma, hanno sottolineato i lavoratori e’ la fine degli ammortizzatori sociali.
Il problema della EATON – ha sottolineato Vatteroni – ha origini anche locali come e’ possibile che solo 4 lavoratori ex EATON siano stati assunti dal Nuovo Pignone, in una fase di grande espansione per questo stabilimento stante le dichiarazioni di aver assunto 200 lavoratori direttamente e attraverso l’indotto! Come e’ possibile che nonostante i vantaggi offerte dalla riassunzione di lavoratori ex eaton si sia preferito optare per altri lavoratori? non vorremo che la Nuovo Pignone/General Electric abbia risolto assumendo questi lavoratori attraverso forme di joint venture che prevedono, in base alla Bossi – Fini, di assumere personale esterno dal paese e applicargli il contratto estero, quindi con un trattamento economico e contributivo del paese di origine, ad esempio un saldatore Bielorusso può essere pagato in Italia 400 euro e i contributi gli verranno corrisposti nel suo paese. Se questa fosse la formula usata e’ chiaro il vantaggio dell’azienda! E’ necessario fare chiarezza al piu’ presto! poiché benché’ il sistema sia legale – aggiunge Vatteroni – ciò vuol dire che si crea una situazione che non permetterà a nessun lavoratore licenziato della EATON di rientrare a lavorare e sono destinate a fallire tutte le forme di incentivo previste dalla Regione e dal Governo.
Il lavoro dovrà’ essere la priorita’ del prossimo governo. Rivoluzione civile e’ pronta a fare la sua parte respingendo le politiche fallimentari del Governo Monti che ha prodotto gli esodati e con il prolungamento della pensione ha determinato una esclusione dal lavoro di almeno 700 mila giovani! Chiediamo alle altre forze politiche del centrosinistra di costruire su questo tema un confronto e una politica comune sia a livello nazionale che locale.

FEB
01
2013

Falconi e avvoltoi di Marco Travaglio

Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone.
S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega, Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel ’91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti – politici, magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega.

FEB
01
2013

Lettera aperta al popolo della Perugia Assisi di Flavio Lotti, candidato di Rivoluzione Civile alle elezioni politiche 2013

Cara amica, caro amico,

per molti anni abbiamo marciato insieme da Perugia ad Assisi chiedendo ai responsabili della politica di ascoltare i nostri appelli per la pace, la giustizia e i diritti umani. Abbiamo sempre cercato di essere positivi e propositivi, aperti al confronto con tutti. Anche a costo di sembrare ingenui. Ma, tranne preziose eccezioni, ci siamo scontrati con un muro di indifferenza e ostilità. E’ amaro riconoscerlo ma è così. In questi anni abbiamo fatto un grande lavoro culturale ma sul piano politico non è cambiato nulla. Anzi. Col passare degli anni, l’indifferenza della politica è diventata ostilità e si sono moltiplicati i tentativi di chiudere le organizzazioni, le istituzioni e le esperienze del pacifismo politico considerate troppo autonome e fastidiose.

E’ successo, anche se non ne ho mai voluto parlare pubblicamente, con la Marcia Perugia-Assisi, con la Tavola della pace e con il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani. Ed è successo in tante città italiane dove persino il nostro lavoro culturale nelle scuole è fortemente compromesso dai tagli dei finanziamenti e da una cultura politica che ha cancellato la pace e i diritti umani dalla propria agenda.

La voglia di reagire a questa gravissima situazione mi ha spinto ad accettare la proposta di Antonio Ingroia di candidarmi con Rivoluzione Civile. Non è stata una scelta facile. Mi ha convinto la sua disponibilità di aprire alla società civile responsabile un nuovo spazio politico in un sistema bloccato, pericolosamente chiuso e autoreferenziale, insensibile e incapace.

Voglio mettere un piede dentro al Parlamento per continuare a fare quello che ho sempre fatto per costruire una cultura e una politica di pace aprendo, però, questa volta, le porte di quelle istituzioni al movimento per la pace e i diritti umani, per la giustizia e la democrazia. Anche il mio stipendio di parlamentare dovrà servire a questo scopo.

Non voglio fare il “rappresentante”. Voglio continuare a lavorare come ho sempre fatto. E lo farò. Ma voglio anche costringere la politica a fare i conti con una società civile competente, appassionata e responsabile che non accetta più di essere presa in giro.

Se condividi la mia scelta, diamoci da fare insieme. Da subito. Scrivi a flavio@flaviolotti.it oppure chiama al 335.6590356.

Se condividi le mie preoccupazioni ma hai dei dubbi, scrivimi lo stesso. Ti risponderò molto volentieri. Chi lavora per la pace crede nella forza del dialogo.

Nella speranza di ricevere quanto prima un segno del tuo interesse, ti invio i miei più cordiali saluti.

Flavio Lotti

Perugia, 31 gennaio 2013

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GEN
24
2013

LAVORO. LETTERA INGROIA A ISCRITTI CGIL: IO NON INVITATO. ECCO COSA AVREI DETTO

“Care amiche e amici della Cgil, vi scrivo per riassumere ciò che avrei detto se fossi stato invitato ad intervenire alla vostra conferenza sul programma, al pari degli altri candidati per la Presidenza del Consiglio”. E’ quanto afferma, in una lettera aperta agli iscritti della Cgil, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. “Rivoluzione Civile – Lista Ingroia – aggiunge – ha ben chiaro chi sono gli avversari da battere con il voto: Berlusconi, cioè la destra caciarona e impresentabile, e Mario Monti, rappresentante numero uno di quei professori in loden che hanno deciso la drammatica controriforma delle pensioni. Quella ‘destra perbene’ ha colpito in maniera pesantissima tutti i lavoratori e i pensionati, ma soprattutto le donne, ha creato la tragedia sociale degli esodati, ha cancellato l’art.18 ha confermato e aggravato tutte le forme di precariato. In compenso, non ha saputo mettere in campo alcun intervento che incidesse sulle fasce privilegiate, sulla Casta politica, sugli immensi sprechi ben esemplificati dalle auto blu o dalla pletora di consigli d’amministrazione clientelari. Soprattutto, non ha fatto nulla, zero assoluto, quanto a politiche industriali di ampio respiro. Invece mai come in questo momento, nel cuore della crisi, è urgente che ci sia un governo capace di offrire al Paese un indirizzo lungimirante sui settori strategici.
Sui capitoli da cui dipende la qualità della vita e il futuro del Paese – sanità, scuola, università, ricerca – la continuità tra i governi Berlusconi e Monti è totale. Continuano i tagli lineari, le privatizzazioni striscianti, la totale precarietà. In questa plumbea cornice si sono moltiplicati attacchi sempre più profondi contro i diritti e le libertà dei lavoratori. Siamo di fronte a un assedio che sta progressivamente riportando la condizione dei lavoratori e lo stato delle relazioni industriali indietro di un secolo e oltre. Il punto fondamentale, per me e per il mio programma politico, è invece – continua Ingroia – la piena e totale applicazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, prima di tutto in materia di libertà civili e sindacali. Ritengo fondamentale e imprescindibile la libertà per i lavoratori di votare sempre gli accordi che li riguardano, di votare sempre i propri rappresentanti e di potersi di iscrivere liberamente al sindacato che vogliono. La storia della Cgil è stata attraversata da discriminazioni e persecuzioni, ma alla fine ha saputo sempre sconfiggerle. Ha combattuto il regime fascista, ha ricostruito l’Italia con la spinta di Giuseppe Di Vittorio, ha emancipato la dignità di chi lavora con Bruno Trentin, ha battuto Berlusconi quando Sergio Cofferati vinse la battaglia per impedire la cancellazione dell’art. 18. Quelli che allora erano in piazza con voi e con noi, hanno votato oggi, senza batter ciglio, quell’eliminazione dell’art. 18 che non era riuscita 10 anni fa.
È dunque per me un impegno di grande valore democratico quello di assumere nel nostro programma l’approvazione di una legge per la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la cancellazione delle leggi Fornero sui licenziamenti e sulle pensioni. Ci impegniamo – prosegue la lettera – a combattere la precarietà cancellando le oltre 40 forme di contratto precario per i giovani considerando l’apprendistato come il vero contratto di inizio lavoro. Riteniamo utile, in questa fase di transizione, garantire un reddito minimo almeno per i periodi di vuoto retributivo e previdenziale. Oggi, come anche i dati della Cgil dimostrano, è possibile una scelta alternativa a quella di Berlusconi e Monti. Noi lavoriamo per questo: per un governo di centrosinistra che rompa con le logiche monetariste del fiscal compact, con quelle devastanti della guerra e degli armamenti, con un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente e la salute dei cittadini mentre ignora i diritti umani fondamentali. Tutto questo, però, non può essere fatto a braccetto con chi quei modelli sciagurati li ha teorizzati, perseguiti e praticati, come Berlusconi e Monti.
Proprio perché noi siamo disponibili alla costruzione di questa alternativa di governo, ma siamo altrettanto fermamente indisponibili a ogni accordo con chi persegue politiche opposte alle nostre, Rivoluzione Civile rappresenta oggi il vero voto utile per impedire che si realizzi il progetto sciagurato, già annunciato e temo per molti versi già deciso, di un governo Pd-Monti.
Non è questione di pregiudiziali ideologiche ma di scelte pragmatiche e concrete. Noi lavoriamo per l’unità del mondo del lavoro: la destra di Berlusconi e Monti si è adoperata e promette di adoperarsi ancor più in futuro per dividere e per isolare le forze sindacali che non accettano le loro condizioni. La destra italiana ha usato la crisi per distruggere il Contratto Nazionale, abolire l’art. 18, cancellare i diritti minimi per i giovani, abbattere le libertà dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi vogliamo marciare in direzione opposta. E l’autonomia dei sindacati dai partiti e dai governi è un valore da conquistare e da rispettare. Di tutto questo – conclude Ingroia – mi sarebbe piaciuto discutere con voi, ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni di incontro con i pensionati e poi nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, dove ogni giorno lavorate garantendo il funzionamento dell’Italia. L’obiettivo comune è quello di restituire al lavoro tutto il valore, tutta la dignità e tutta la libertà necessaria per portare il Paese fuori dalle secche della recessione e della depressione”.

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GEN
23
2013

Tutta la verità su Bersani e gli F-35 Bersani vuole tagliare gli F-35 ma aumenta le spese militari. Ecco come.

Bersani dice una cosa e ne fa un’altra. Dice di voler tagliare le spese militari e allo stesso tempo consegna ai generali altri 500 milioni per continuare a fare la guerra in Afghanistan nel 2013. E’ successo ieri, 22 gennaio, in Parlamento.

Sempre ieri il Partito Democratico ha autorizzato con un semplice ordine del giorno l’ingresso dell’Italia nella guerra in Mali. Con un ordine del giorno ha stracciato l’articolo 11 della nostra Costituzione. Un fatto senza precedenti nella storia repubblicana. Un ordine del giorno e un assegno in bianco consegnato ai Generali per le spese. Nessuno sa quanto ci costerà questa nuova avventura militare in Africa e Bersani naturalmente non ha chiesto neanche un preventivo.

A guardar bene oltre il fumo della propaganda, Bersani non vuole tagliare le spese militari. Vuole solo tagliare le spese per gli F-35. Attenzione alle parole “tagliare le spese per gli F-35”. Bersani non ha detto che non vuole comprare gli F-35 ma solo che ne vuole comprare di meno. Magari non 90 ma 70 o 50 o 30. Qual è il numero giusto per Bersani? Qualcuno glielo chieda per favore.

Nel frattempo gli italiani devono sapere che:

1. l’Italia ha già speso 2,7 miliardi di dollari per comprare questi cacciabombardieri con il pieno consenso del Partito Democratico;
2. il 28 marzo 2012 il Partito Democratico si è rifiutato di approvare una mozione presentata dall’On. Savino Pezzotta che proponeva la cancellazione del programma F-35;

3. il Ministero della difesa ha già ordinato nel 2012 tre F-35 impegnando altri 270 milioni con il pieno consenso del Partito Democratico;

4. l’accordo Italia-Usa per l’acquisto degli F-35 porta la firma di Lorenzo Forceri del Partito Democratico (2007);

5. l’anno scorso il governo Monti ha aumentato la spesa militare italiana di altri 1.300 milioni di euro portando la spesa militare italiana dal 18 al 28% con il pieno consenso del Partito Democratico;

6. l’anno scorso il Partito Democratico ha sostenuto e approvato una legge che:

assegna alle Forze Armate più di 230 miliardi per i prossimi 12 anni senza aumentare di un solo grado la nostra sicurezza;
aumenta di fatto la spesa pubblica;
taglia il personale per comperare i cacciabombardieri F35 e altre armi;
trasforma le Forze Armate in uno strumento da guerre ad alta intensità incompatibile con l’articolo 11 della Costituzione;
costringerà i comuni alluvionati o colpiti da una catastrofe naturale a pagare il conto dell’intervento dei militari;
non prevede alcuna cancellazione degli sprechi e dei privilegi né una vera riqualificazione della spesa militare.
Quel che si può dire va detto chiaro e forte.

Flavio Lotti, candidato di Rivoluzione Civile alle elezioni politiche 2013

GEN
18
2013

Turismo motore di sviluppo in 8 punti

Per l’Italia il turismo rappresenta un enorme motore di sviluppo solo se la politica arrivera’ a considerarla tale. È infatti evidente che fino ad oggi il turismo sia stato considerato il fanalino di coda, una sorta di attività economica collaterale, e’ necessario ridargli centralità, per far questo il settore oltre a risorse a bisogno di importanti riforme, molte delle quali a costo zero:
1) inserire il turismo nell’ambito del Ministero delle attivita’ produttive con l’accorpamento e riduzione delle competenzeda permettendo una seri di normative quadro che uniformino il settore ad esempio nell’uniformare il sistema delle categorie
2) eliminare gli sprechi e rendere più’ efficienti gli enti che dovrebbero occuparsi di promozione integrando la loro attività con soggetti pubblici e privati: varando un programma di promozione per il Turismo 12 mesi all’anno!
3) eliminare la tassa di soggiorno o comunque vincolarne l’uso a interventi di investimento nel settore turistico e nei suoi servizi: accoglienza, informazione, pdomozione
4) riqualificare le strutture ricettive attraverso l’impiego di risorse e fondi europei privilegiando gli interventi a “emissioni zero”, l’implementazione dei servizi complementari all’attività di ricezione: strutture per il benessere, servizi family friendly ecc…; investimenti sul l’implementazione delle nuove tecnologie
5) riaprire, rafforzando l dialogo con l’UE, il tema dell’applicazione della Bolkestein al settore balneare che permetta di garantire investimenti e la qualità i servizi proposti.
6) riorganizzazione del sistema della mobilità: aereo portuale e navale, trasporto su gomma e ferro. Il sistema oggi appare frammentario, e’ necessari una complessiva riorganizzazione degli hub aereo portuali, il potenziamento delle vie del mare non solo per i collegamenti con le isole ma lungo il sistema costiero mediterraneo ed Adriatico; integrazione del trasporto su gomma e rotaia.
7) lanciare un programma di semplificazione amministrativa sia nella realizzazione degli adempimenti e degli interventi strutturali e di investimento.
8) ridefinire il pian formativo con la riorganizzazione dell’attuale sistema scolastico e implementazione degli indirizzi formativi in particolare nel settore dell’uso delle nuove tecnologie e delle nuove professionalità: marketing, incoming, organizzazione del prodotto turistico ecc…

GEN
17
2013

Flavio Lotti: Basta con la politica delle bombe, No all’intervento militare dell’Italia in Mali

Flavio Lotti, candidato di Rivoluzione Civile alle elezioni politiche 2013

Il Ministro Giulio Terzi è un irresponsabile. Perché solo un irresponsabile può decidere di trascinare in questo momento l’Italia in una nuova guerra senza fine. Fermare la guerra in Mali è un dovere della comunità internazionale. Ma appoggiare militarmente l’intervento unilaterale dei francesi è semplicemente da irresponsabili.
Così non si ferma la guerra. La si alimenta creando un nuovo disastro come la Somalia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia.

A nulla vale rifarsi alla risoluzione 2085 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Perché quella risoluzione prevede ben altri interventi.

Non c’entra la lotta al terrorismo, c’entra l’oro, il petrolio e soprattutto l’uranio. L’obiettivo non è solo il Mali ma anche il Niger. Le ragioni non sono umanitarie. In gioco c’è l’approvvigionamento energetico della Francia e il controllo delle risorse naturali di quella regione.

Invece di mettere l’elmetto, l’Italia deve agire per la pace nell’interesse primario della salvaguardia delle vite umane, nel solco della legalità e del diritto internazionale dei diritti umani.

Invece di mettersi l’elmetto, l’Italia deve innanzitutto organizzare l’immediato invio di aiuti umanitari alle centinaia di migliaia di profughi e rifugiati travolti dalla follia della guerra e dai grandi predoni internazionali.

L’unica soluzione è e resta quella politica. Per questo l’Italia deve unirsi a tutti coloro che stanno cercando una via politica per fermare i combattimenti.

Le elezioni del 24 e 25 febbraio sono l’occasione giusta per dare all’Italia un governo di pace. Questo è l’obiettivo e l’impegno di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

È vergognoso che la nostra televisione pubblica non abbia dedicato un solo momento di approfondimento a questa ennesima guerra e che ad oggi non sia stato ancora inviato un giornalista della rai in Mali. Che cosa deve accadere ancora perché il nostro servizio pubblico apra finalmente gli occhi sul mondo?

Roma, 17 gennaio 2013