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// Cittadinanza
NOV
09
2015

LA “TEORIA GENDER” NON ESISTE: LE PARI OPPORTUNITA’ NELLA SOCIETA’ MODERNA

Io c’ero la sera del 6 novembre a San Pio X; c’ero, ed ho ascoltato.
“E sono rimasta stupefatta della superficialità con cui si tratta un tema fondamentale come quello della parità di genere e della demagogia con cui si paventano, inventandole, teorie inesistenti prendendo ad esempio temi ed istituti arcaici; per di più non nel loro contesto originario, ma rivedendoli arbitrariamente per trovare un nemico dove non c’è: con il vero intento, mascherato perché poco nobile, nemmeno tanto di combattere l’omosessualità, che laddove qualcuno lo ritenesse giusto dovrebbe avere il coraggio di affermarlo con le proprie idee alla luce del sole: quanto quello di riaffermare anacronistiche ed incivili differenze di genere, che nulla hanno a che vedere con le differenze sessuali. E ribadendole sia nella vita famigliare, di coppia e genitoriale, sia in quella comunitaria, sociale e perfino di fede, volendo ritornare ad un mondo che, per fortuna, non esiste più e mai più potrà esistere così manicheamente diviso.
La verità, nascosta, è che, alzando il vessillo dell’inesistente “teoria del gender” cui contrapporsi, ci si imbatte in vere e proprie crociate donchisciottiana memoria, per creare un nemico che nella realtà non esiste, agendo sull’ingenuità delle persone, riscoprendo il viscerale ed ultramillenario rapporto fra uomo e donna, cosiddetto “classico”, quello per cui la donna cura la famiglia e l’uomo la mantiene e protegge. Senza il minimo scrupolo a soffermarsi ed analizzare se stessi e il proprio ruolo nella vita personale e sociale.
Chiariamo subito che la differenza di genere non è la differenza sessuale né tantomeno il suo annullamento od “omogeneizzazione”: anzi, la differenza di genere si fonda proprio sul riconoscimento della differenza sessuale fra uomo e donna, con tutto ciò che questo comporta in termini personali, naturali, caratteriali, psicologici, sociali, sociologici, ed infine di “coppia”, di genitori, di famiglia, e mi si permetta, anche di fede, laddove vissuta come cristiani, e cattolici in particolare.
E le “pari opportunità”, e tutte le battaglie e le politiche che in questi decenni si stanno realizzando in tutto il mondo per renderle veramente tali, si fondano proprio sul riconoscimento della peculiarità sessuale, la valorizzazione della cui differenza crei parità di genere con la contemporanea “ammissione” alla vita privata, nel senso di coppia e famigliare, e sociale, nel senso di comunità e di stato, da parte di entrambi i generi agli stessi diritti, stessi doveri e rispetto delle proprie specifiche diversità, da valorizzare e non annientare o sottomettere.”

Non mi voglio soffermare, perciò, sulla collocazione del (mono)dibattito svoltosi l’altra sera all’interno della Chiesa di San Pio X; o sui motivi del perché non si sia scelto l’auditorium per un incontro, pseudo seminariale, che per stessa ammissione della relatrice avrebbe destato qualche dissenso: cosa puntualmente verificatasi dopo un ora e mezzo di monotono intervento della dott.sa Biondi, che ha comunque proseguito imperterrita nella successiva ora il proprio monologo senza alcun contradditorio; tanto meno voglio soffermarmi sull’impossibilità in questi incontri di un confronto, al punto che ad una mia domanda al termine della relazione non mi è stata data risposta, così come ad altri, per il semplice motivo che la risposta avrebbe messo in dubbio la propria arcigna tesi, costringendo prima se stessi e poi gli altri, a qualche riflessione seria, più che a inculcare una formazione passiva.

Ciò su cui, invece, vorrei soffermarmi è nel merito e sui toni da crociata che questa polemica contro la “teoria gender” – che non esiste – sta producendo.

Innanzitutto riscontro che in un anno, quest’ultimo in cui le cosiddette “sentinelle in piedi” hanno accelerato la loro propaganda, il pensiero “anti teoria gender” ha subito delle mutazioni significative e preoccupanti per i veri scopi che si prefigge: dal contrasto alle coppie omosessuali sono, cioè, passati all’attacco alle politiche e alle tesi che puntano alla parità tra i sessi, includendo nel nemico da combattere, anche progetti di intervento sociale che puntano a prevenire il bullismo e la violenza sulle donne, tutte tematiche che non possono essere contrastate con incrementi di pena o con la confessione e il perdono di non farlo più; ma con delle strategie educative che puntino al rispetto della dignità del proprio partner, a superare l’idea che siamo ciò che siamo solo come risultato biologico – il sesso -, e ad affermare che la nostra personalità e identità è il frutto anche e soprattutto del condizionamento famigliare e sociale – il genere.

I condizionamenti sociali spesso producono luoghi comuni (“donne al volante pericolo ambulante”, quando si sa che non è cosi dai dati statistici degli incidenti): stereotipi che fino al ‘63 non permettevano, ad esempio, alle donne di accedere alla carriera giudiziaria, cioè a fare i giudici, perche per la legge le donne, per natura soggette a sbalzi di umore, si affermava, non erano affidabili nel giudizio.

Oggi in Italia non abbiamo più norme che impediscono l’accesso a carriere professionali: ciononostante si assiste a barriere culturali che provocano forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, come denunciato dallo stesso Papa Francesco, con la pratica del licenziamento in caso di gravidanza, le cosiddette dimissioni in bianco. Il Papa, in quel caso, non si è limitato a dare una pacca sulla spalla invocando il perdono per il cattivo datore di lavoro se avesse promesso si non applicarla più; ma ha confermato l’esigenza delle donne di realizzarsi nell’attività professionale senza porre limiti: lo stesso Papa non si è sottratto all’esigenza di dover rivedere l’immagine e il ruolo della donna nella Chiesa, non come semplice testimonianza; ma presenza da valorizzare per le sue competenze. Ad aprile il Pontefice è ritornato sul tema affermando l’emancipazione femminile come un” valore” e che a ciò non debba essere ascritto né il fallimento del matrimonio né tanto meno possa essere giustificata la differenza salariale.

I fautori dell’esistenza della “teoria gender” – che non ha fondamento scientifico a meno di non considerare Wikipedia come fonte di teorie – sostengono che si tratterebbe di una teoria tesa a scardinare la concezione antropologica della Chiesa e, dopo aver dovuto constatare che non si trova chi l’abbia teorizzata – per il semplice fatto che non esistendo la teoria non può nemmeno esistere chi la possa aver “creata” -, si va alla ricerca del suo “fondamento” nel pensiero femminista degli anni ’70, alla sua nascita, in particolare, “colpevolizzando” – semmai creare una teoria fosse una “colpa” – Simone de Beauvoir, che avrebbe anche il difetto di essere comunista, e nella Shulamith Firestone. Si estrapolano frasi decontestuallizandole dal momento storico in cui sono state espresse e riproponendole in chiave “teoria gender”. Mi si permetta questo paragone: è come quell’acerrimo anticlericale che volesse ritrovare nei seguenti passi della Genesi 19:30-38 (Lot genera coricandosi con le proprie figlie), 20:1-18, e 12:10-20 (Abramo rivela di aver sposato la sorellastra), l’essenza di come la religione cristiana interpreti il rapporto intrafamigliare, senza contestualizzare il momento storico e soprattutto estrapolare passi e privarli di una lettura complessiva che rivelerebbe ben altro!

Allo stesso modo le frasi dei paladini anti “teoria gender”, estrapolate dal loro contesto originario, non possono essere prese a pretesto per condannare il pensiero femminista: pensiero che per altro ha anche avuto delle evoluzioni e, soprattutto prima di ogni altro, ha fatto proprio il principio della differenza su cui ruotano tutte le politiche di pari opportunità.
E anche laddove ci si spingesse a ritenere preponderante il genere, cioè l’elaborazione sociale dell’individuo, rispetto al sesso biologico, quest’ultimo è sempre in relazione con esso ma con esso non coincide.

Oggi le mie figlie e mio figlio non conoscono la De Beauvoir o la Firestone; se vorranno, approfondiranno: ma ascoltano Emma Watson, l’attrice che impersona Ermione nella saga di Harry Potter, parlare alle Nazione Unite del motivo perché è femminista «Io voglio che gli uomini ereditino questa sfida: così le loro figlie, sorelle e madri potranno essere libere da pregiudizi; ma anche i loro stessi figli avranno il permesso di sentirsi vulnerabili e recuperare quelle parti di sé che hanno abbandonato ritornando così ad essere completi».

Il femminismo non è più quella guerra di sessi paventata dalla relatrice Biondi, al convegno di San Pio X: semmai è la ricerca di un’uguaglianza sociale e famigliare, di pari opportunità; più profondamente, di un nuovo e rinnovato rapporto tra uomo e donna, diversi per sesso e natura, tendenze e vissuto quotidiano, ma uguali per valori, diritti, doveri, aspettative, vita famigliare e sociale. Rapporto in cui anche l’uomo, oggi forse più che la donna, deve ritrovare un senso ed una prospettiva al proprio ruolo di compagno, marito, padre, genitore.

Duole invece cogliere il messaggio semplificato della Dott.sa Biondi che, ai drammi che stiamo vivendo e che minacciano l’umanità, e in particolare i nostri figli – pedofilia, utero in affitto, violenza contro le donne – risponda con la ricetta della riaffermazione dei ruoli classici ed anacronistici di uomo e donna!

La situazione è molto più complessa e costringe ognuno di noi, donna e soprattutto uomo, ad una profonda riflessione su se stessi, sul proprio ruolo personale nella vita di coppia, famigliare, genitoriale e sociale: perché anche io ritengo che siamo di fronte ad una società che tenta di smaterializzare i corpi, denaturalizzare l’uomo e la donna, frutto di “frustrazione e di rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì,” – ha aggiunto il Papa – “rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.

Ma per far questo non abbiamo bisogno di crociate; bensì di guardare alla realtà con gli occhi dei contemporanei e la memoria degli antichi: a riflettere sul proprio ruolo di persona, in primis, prima ancora ed oltre che di uomo e donna, senza annullare le differenze sessuali ma nemmeno ripristinandole come elementi di disparità. Ed a farlo, prima di ogni altra cosa, confrontandosi e discutendone pubblicamente in un vero dibattito, avendo la dignità e umiltà di affermare il proprio pensiero senza nascondersi dietro fantomatiche ed inesistenti lotte ai mulini a vento.

Dott.ssa Sara Vatteroni
Donna, moglie, madre, cattolica, formatrice, professionista ed esperta di pari opportunità

OTT
22
2013

Commissione pari opportunità Comune di Carrara: Donne prendete nota!

Ieri la Commissione Comunale Progetto Donna per le Pari Opportunità con una sola a astensione ha votato a favore della presidenza a un uomo Alessandro Bandoni e subito è partita la standing ovation, tanti i commenti di molte donne ” ora si farà sul serio, vai avanti siamo tutte con te e complimenti a gogo”
Certo anche noi ci associamo ai complimenti a Bandoni che ha saputo perseguire i suoi obbiettivi ma soprattutto a chi lo ha votato, che ha inferto un colpo alla credibilità delle politiche di pari opportunità di genere.
Alessandro Bandoni è infatti diventato, per chi lo ha votato, l’interprete più genuino, più credibile di una serie di obbiettivi, che sono alla base della commissione comunale Progetto Donna per le Pari Opportunità e vale la pena ricordarle: valorizzare il punto di vista femminile e porre al centro della politica la soggettività femminile; dare poteri e responsabilità alle donne e potenziare la soggettività femminile; lavorare in rete tra soggetti femminili rappresentanti le realtà politiche, culturali, associative e del mondo del lavoro del territorio comunale e infine promuovere le condizioni di pari opportunità tra donna e uomo nei luoghi di lavoro … Per noi oggi non è un bel giorno, per noi oggi sono stati fatti dei grandi passi indietro nelle politiche di genere e questo non siamo solo noi ad affermarlo ma lo sono le Nazioni Unite che sottolineano, all’interno del rapporto CEDAW, come uno dei motivi di fallimento delle politiche di genere in Italia siano oltre alla mancanza di fondi, alla loro dispersione in mille rivoli e alla farraginosità delle istituzioni di parità, “il considerare le discriminazioni contro le donne come una delle tante forme di discriminazione, senza riconoscere la sua specifica natura di genere.” E non a caso nelle raccomandazioni allo stato italiano, si sottolinea “nella determinazione delle competenze in materia, si chiarisca la differente portata di “pari opportunità” (per tutti, inclusivo di ogni forma di discriminazione) e attività antidiscriminatoria basata sul genere. Non si può continuare a parlare di discriminazione basata sul sesso come una delle forme di discriminazione” “Si deve riconoscere che il genere è parte della vita di ogni persona, aldilà che appartenga ad un altro gruppo di maggioranza o ad un’altra minoranza” insomma tutto il contrario di quanto annunciato dal presidente, non ce ne voglia, Alessandro Bandoni e “come ho avuto modo di dire DONNE, IMMIGRATI, OMOSESSUALI. Nessuno ripeto, nessuno VERRÀ LASCIATO INDIETRO”
Insomma un altro passo indietro per un paese scivolato solo dal 2011 al 2012 dal 74 esimo all’ 80 esimo posto nella classifica del gender gap dei 135 paesi analizzati, arriviamo dopo il Lesotho, le Filippine, Nicaragua, Sud Africa, insomma donne prendete nota un paese per donne esiste ma non è l’Italia!

Giurleo Clotilde Vice – Presidente CPO regione Toscana
Claudia Bienaimè consigliera comunale
Sara Vatteroni esperta in Diversity management
Frida Alberti presidente Ass. ARPA

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OTT
14
2013

Lampedusa nessuno può dire che non sapeva!

la vicenda di Lampedusa ha scosso le coscienze di molti, soprattutto tra coloro che sono deputati a prendere le decisioni perché non si verifichino più. In realtà tutto quello che è avvenuto in queste settimane è solo la punta dell’iceberg di una politica che ha fallito nella sua impostazione e non è solo per la scelleratezza della legge Bossi – Fini ma per la filosofia che da sempre guida il nostro legislatore.
la recente strage e le parole del Papa “vergogna” hanno indotto molti dei nostri governanti a una “retorica buonista” dimenticando che i primi accordi di collaborazione con la Libia per il contrasto dell’immigrazione clandestina, vennero conclusi dal ministro degli interni Napolitano e attraverso gli stessi accordi il governo del Ministro Maroni aprì la strada a vere e proprie deportazioni di tutti gli immigrati considerati tutti irregolari, perché quando si scappa da situazioni di guerra non si ha il tempo e l’occasione per prenotare un aereo, dotarsi di documenti in regola e sbarcare a Fiumicino.
Chi scappa e attraversa il mediterraneo, da tempo fugge da condizioni disumane di vita e le vicende delle primavere arabe e del conflitto siriano hanno solo aumentato la disperazione di questa area.
Ma la strage di Lampedusa potremmo dire è una strage annunciata, e purtroppo preceduta da molte altre anche se di minore entità.
Annunciata perché sta dentro una logica sicuritaria che sembra anche ignorare la realtà. In primo luogo l’immigrazione clandestina dalle frontiere marittime meridionali non supera il 12 % degli ingressi irregolari in Italia, in mala fede perché si sono utilizzate le normative comunitarie e “l’emergenza” per inasprire le normative interne in materia di immigrazione, quando l’Europa non impone affatto di mandare a morte i migranti che tentano la traversata del Mediterraneo.
Nelle comunicazione della commissione al Consiglio dell’Unione europea del 2006 affermava l’esigenza di cooperare con i paesi in transito dell’Africa e del Medio Oriente e sottolineava come i fenomeni migratori nel mediterraneo avessero assunto carattarestiche miste comprendendo migranti illegali che non richiedono particolare protezione, e rifugiati che invece la necessitano. Per questo le pratiche di sorveglianza delle coste dovevano essere improntate a coniugare l’esigenza di protezione delle coste e nel contempo dei richiedenti asilo, anche attraverso la redazione di protocolli di accoglienza redatti in collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale (OMI) e con l’UNHCR.
La commissione europea avvertiva in sostanza il rischio che le misure contro l’immigrazione clandestina potessero risultare in contrasto con il diritto internazionale e con il diritto di asilo, anche nelle concrete modalità operative degli interventi di controllo delle frontiere.
la risposta del governo italiano fu quello di introdurre, con la Bossi Fini, procedure più complesse per l’accesso alle coste via mare, criminalizzando l’ingresso irregolare, estendendo i tempi di trattenimento nei centri di detenzione amministrativa, pur sapendo che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che avrebbero il diritto a richiedere lo status di rifugiato politico o la protezione internazionale.
Segui una stagione di respingimenti in mare di natanti carichi di migranti verso i porti di partenza, spesso in situazioni di scarsa navigabilità e in condizioni metereologiche sfavorevoli e soprattutto di natanti non certo in condizioni di navigabilità, dove anche il semplice diritto di “visita” puoò mettere a repentaglio la vita dei naviganti come avvenuto in molti casi in caso di affiancamento e dello sposatamento delle persone verso il bordo dell’imbarcazione.
Infine il progetto FRONTEX (il protocollo venne sottoscritto nel 2004), finanziato all’Italia dall’Unione Europea con 200 milioni di euro dimostrò da subito la sua inadeguatezza. Nel 2008 malgrado l’aumento delle operazioni di pattugliamento congiunto hanno intercettato soltanto 11. 476 migranti contro i 23.438 intercettati nel 2006 ( dati ufficiali dell’Agenzia Frontex). Inoltre i dati testimoniano che, nonostante il progetto Frontex abbia consumato tante risorse in personale e convegni, azioni di cordinameto, lo stesso programma che oggi si chiede di incrementare, sia completamente inefficace sia per le modalità sia per il mancato accordo tra i paesi europei sulle modalità di respingimento verso i paesi di origine
Infatti dalle statistiche dei flussi migratori, sia per l’Italia che la Spagna, si evidenza la loro diminuzione solo quando si intraprendono accordi non solo di riammissione ma soprattutto di cooperazione economica.
Inoltre il progetto frontex ha comportato anche un cambiamento nelle barche della disperazione sempre più piccole, per fuggire ai controlli e con rotte sempre più lunghe.
Infine, ma non è certo secondario, nessuno ha mai messo in dubbio le condizione disumane in cui vivevano i migranti approdati alle coste libiche. Un paese la Libia che non ha mai sottoscritto le convenzione dei diritti umani e che nel contempo ha trovato nei migranti un buona carta da giocare sul tavolo internazionale per strappare convenzioni economiche e risorse sulla pelle dei migranti.
Le condizione sono disumane per chi viene respinto ma lo diventano anche per coloro che riecono ad arrivare in Italia. Lo scorso anno l’Italia ha emesso solo il 4,3% dei permessi di soggiorno per richiedenti asilo approdati alla Fortezza europa, e anche quando arriva il riconoscimento avviene dopo una lunghissima attesa, un anno e mezzo e un costo procapite del richiedente asilo di 45 euro presso le strutture della protezione civile. Daltro canto sia dai tempi della legge turco – napolitano e poi la Bossi Fini i governi hanno omesso, nonostante le procedure di infrazione europee, di elaborare un testo organico per l’asilo politico e così siamo fermi alla legge Martelli.
La strage di Lampedusa una strage annunciata, dal momento che il governo italiano ha realizzato una politica securitaria imponendo, unilateralmente operazioni di respingimento verso paesi come la Libia non rispettosi di nessuna convenzione umanitaria e con l’esplicita violazione di tutte le norme internazionali di tutela dei diritti umani. Oggi possiamo dire VERGOGNA perché nessuno puo’ dire che non sapeva.

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GEN
11
2013

Un nuovo Welfare per le famiglie: la casa famiglia come ultima ratio

Sui quotidiani di ieri leggo di un episodio di violenza ai danni di un adolescente avvenuto all’interno di una comunità familiare dello spezzino.
Premesso il fatto di non conoscere, se non per averne letto sui giornali, a fondo e nei dettagli la vicenda con la sua evidente complessità dietro all’affidamento di un minore presso una comunità familiare su indicazione del tribunale dei minori di Genova, rimango interdetta sull’uso, a mio parere poco ponderato, che spesso viene fatto dell’affidamento a tali strutture che al contrario dovrebbero risultare l’ultima ratio come rimedio di una difficile situazione e di rischio per il minore nel permanere all’interno della famiglia, da valutare attentamente caso per caso.

In ogni caso Oggi e’ necessario pensare a diversi modelli di welfare che supportino e aiutino la famiglia a risolvere i problemi al suo interno.
Mi domando come sia possibile che a un minore sia impedito di vedere i suoi familiari nelle due settimane iniziali di inserimento e, ancor più grave, avere contatti telefonici.
Tutto questo fatto passare come un passaggio utile e positivo per la sua maturazione.
Tanto utile e positivo che l’adolescente in questione si è trovato in una situazione violenta senza poter chieder aiuto in una struttura che doveva proteggerlo, tutelarlo e garantirgli un ambiente educativo più consono al suo percorso di crescita.
Rimango ancor più inorridita quando, sempre leggendo sulla cronaca, apprendo che al ragazzo è stato chiesto di non parlare del brutto episodio accadutogli e, peggio ancora di raccontare un’altra versione dei fatti. Davvero inammissibile sotto tanti profili non ultimo quello educativo.

Più che di case famiglia sembra che siamo di fronte a strutture usate come case di correzione piuttosto che di contenzione.
Se è così, se si fa un uso distorto di luoghi che dovrebbero aiutare le famiglie e i minori in un modo accogliente, allora anche le modalità di approccio e di ricorso a queste strutture da parte dei tribunali dovrebbe essere rivista e monitorata stante che la mancanza di controlli danneggia strutture che svolgono egregiamente questa importante giunzione e servizio.

In base a una recente ricerca dell’istituto degli innocenti tra le motivazioni dell’affidamento familiare devono predominare in assoluto le condotte di abbandono e/o di grave trascuratezza della famiglia di origine, a cui seguono problemi prevalenti di tossicodipendenza e, infine, i gravi problemi economici.
Tornando al caso in oggetto, i problemi relazionali e l’inadeguatezza genitoriale conservano la loro importanza anche tra i motivi secondari,ma non possono essere sufficienti a determinare il distacco dalla famiglia di origine. Spesso invece l’affido viene usato per rispondere problemi economici della famiglia, problemi abitativi, problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori.

E’ evidente che le soluzioni non possono che essere adottate attraverso modelli di welfare che diano sostegno direttamente alle famiglie.

Sara Vatteroni

OTT
31
2012

LA DENUNCIA DELL’IDV CONTRO L’AGENZIA TEDESCA JUGENDAMT. SARA VATTERONI -RESP. IDV DEMOCRAZIA PARITARIA- : “ LA GERMANIA RAPISCE FIGLI E RISORSE ALLE MADRI ITALIANE”

“MINISTRO SEVERINO TORNI AD ESSERE DONNA E MADRE”

“INADEGUATI GLI STRUMENTI ITALIANI IN MANO ALLA POLIZIA GIUDIZIARIA IN MATERIA DI MINORI”

La Responsabile Nazionale IDV per la Democrazia Paritaria, Sara Vatteroni, non ha mezze misure e,  a margine di un convegno organizzato a Carrara sui diritti dei bambini, denuncia: “La Germania continua a rapire i figli delle donne italiane che ritornano nel proprio Paese d’origine, magari per allontanarsi da mariti violenti e  convivenze inaccettabili per la crescita sana dei propri bambini” . Leggi tutto →

SET
25
2012

DEMOCRAZIA PARITARIA LA SFIDA PER IL CAMBIAMENTO: PIU’ DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

L’analisi e le proposte illustrate in questo documento sono il frutto della condivisione di donne e uomini con i quali il dipartimento di Democrazia Paritaria si è confrontato sul tema della rappresentanza di genere nelle istituzioni e nei luoghi decisionali, nonché dalla consapevolezza che c’è sempre più esigenza di maggiore democrazia e partecipazione per rispondere alla fase di anti politica e di astensionismo che rischia di minare i capisaldi del nostro sistema democratico.

Sulla base di questo presupposto il documento è stato elaborato tenendo conto delle principali analisi e testi pubblicati negli ultimi anni e con un occhio di attenzione di quanto avvenuto nell’ambito dell’impresa e del settore manageriale sia pubblico che privato, da cui sono stati mutuati l’individuazione di una serie di strumenti e approcci innovativi per un modello politico oramai superato e non in grado di rispondere con efficacia alle richieste di democrazia e partecipazione.

Parlare di democrazia paritaria, per il partito, vuol dire accettare una sfida; ma anche fare i conti con una realtà che cambia e che non coinvolge solo il nostro paese basti pensare al protagonismo delle donne nella primavera mediterranea, e dove le donne vogliono essere non più spettatrici ma protagoniste e artefici non solo del futuro proprio ma dell’intera società.

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GIU
17
2012

IN ITALIA E’ IN CORSO UN VERO E PROPRIO FEMMINICIDIO, CHI LO NEGA, NEGA UNA REALTA’ E NON MI RAPPRESENTA

In merito ai convegni tenutisi a Trieste e a Grado sulla presentazione delle 14 migliori leggi europee per le donne, ovvero la’Clause de l’Européenne la plus favorisée’ alla presenza della Senatrice Giuliana Carlino e ad altre esponenti dell’Italia dei Valori del Friuli, e illustri esponenti del sindacato e delle Istituzioni tra cui la consigliera di parità, la presidente della Consulta femminile, la consulente legale presso SOS Rosa di Gorizia, la segretaria CGIL di Pordenone, e molte altre, desideriamo pubblicamente prendere le distanze dalle affermazioni della dottoressa Valentina Peloso relatrice ai due convegni sopra menzionati, espresse in più occasioni sul suo blog ‘Alice nel paese del genoma’ poiché denotano una banalizzazione della violenza di genere inaccettabile e offensiva per tutte coloro che operano quotidianamente a tutti i livelli per la difesa delle donne e minori.

Ci riferiamo in particolare agli articoli pubblicati il 30 settembre 2011 “L’Italia dei Valori e la legge sull’affidamento condiviso” , l’articolo del 29 gennaio 2012 “ Come farsi venire un attacco di fegato la domenica sera sul web” a seguito del convegno organizzato dall’Italia dei Valori di Massa Carrara contro la PAS e l’articolo del 13 giugno 2012 dal titolo “ La violenza non ha genere”.

E’ doveroso fare una premessa:

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GIU
02
2012

DEMOCRAZIA PARITARIA: UNA SFIDA CHE LE DONNE PER PRIME DEVONO COGLIERE

INTERVENTO ROMA 25 MAGGIO 2012

Perché un dipartimento di democrazia paritaria? Cos’è che tiene fuori dalla politica e limita il pieno riconoscimento della soggettività femminile?

Sarebbe banale e fuorviante pensare che un più agevole accesso al mondo del lavoro o  l’esercizio della partecipazione ad una politica attiva, per alcune, siano sufficienti al pieno riconoscimento della soggettività politica femminile ed è elementare pensare che il percorso del riconoscimento passi soltanto attraverso la sola promulgazione di  leggi favorevoli al genere, appartenendo, l’identificazione di un’altra soggettività – diversa ma eguale – alla modifica di strutture e sovrastutture  che richiedono un approfondimento più complesso.

Storicamente, l’ostacolo principale al pieno riconoscimento della cittadinanza femminile è stato determinato dalla netta separazione tra pubblico e privato, risultato di un sistema economico sociale occidentale,ma non solo, dove le libertà civili fanno riferimento soprattutto alla vita pubblica e maschile, mentre l’ambito privato è caratterizzato dal femminile.

100 Ambasciatori per un’ Italia migliore

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OTT
22
2011

La Clause de l’Européenne la plus favorisée: PETIZIONE EUROPEA per estendere le migliori leggi a tutte le donne, circa 200 milioni in Europa, indipendentemente dal Paese di residenza.

relatori choisir milanoNel mese di settembre l’Italia dei Valori ha organizzato due convegni a Milano e a Palermo e sono stati l’occasione per il lancio ufficiale della petizione di cui l’Italia dei Valori, unico partito in Italia, si impegna a promuovere in qualita’ di portavoce istituzionale in tutte le sedi e in tutti i territori, per l’estensione delle migliori leggi alle donne europee.relatori choisir palermo 30 sett 2011

Grazie alla rete tra associazioni è stato possibile conoscere e tradurre in italiano e con il contributo del ELDR, la Ricerca dell’associazione francese Choisir la Cause des Femmes (fondata negli anni ’70 da Simone de Beauvoir, Gisèle Halimi e dal premio Nobel Jacques Monod), che ha analizzato le legislazioni di genere dei ventisette paesi europei, scegliendo poi un bouquet di provvedimenti di eccellenza, nei cinque ambiti della vita di una donna e non stupisce, che tra i quattordici provvedimenti, nessuna legge italiana sia stata scelta.

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