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// diritti civili
NOV
09
2015

LA “TEORIA GENDER” NON ESISTE: LE PARI OPPORTUNITA’ NELLA SOCIETA’ MODERNA

Io c’ero la sera del 6 novembre a San Pio X; c’ero, ed ho ascoltato.
“E sono rimasta stupefatta della superficialità con cui si tratta un tema fondamentale come quello della parità di genere e della demagogia con cui si paventano, inventandole, teorie inesistenti prendendo ad esempio temi ed istituti arcaici; per di più non nel loro contesto originario, ma rivedendoli arbitrariamente per trovare un nemico dove non c’è: con il vero intento, mascherato perché poco nobile, nemmeno tanto di combattere l’omosessualità, che laddove qualcuno lo ritenesse giusto dovrebbe avere il coraggio di affermarlo con le proprie idee alla luce del sole: quanto quello di riaffermare anacronistiche ed incivili differenze di genere, che nulla hanno a che vedere con le differenze sessuali. E ribadendole sia nella vita famigliare, di coppia e genitoriale, sia in quella comunitaria, sociale e perfino di fede, volendo ritornare ad un mondo che, per fortuna, non esiste più e mai più potrà esistere così manicheamente diviso.
La verità, nascosta, è che, alzando il vessillo dell’inesistente “teoria del gender” cui contrapporsi, ci si imbatte in vere e proprie crociate donchisciottiana memoria, per creare un nemico che nella realtà non esiste, agendo sull’ingenuità delle persone, riscoprendo il viscerale ed ultramillenario rapporto fra uomo e donna, cosiddetto “classico”, quello per cui la donna cura la famiglia e l’uomo la mantiene e protegge. Senza il minimo scrupolo a soffermarsi ed analizzare se stessi e il proprio ruolo nella vita personale e sociale.
Chiariamo subito che la differenza di genere non è la differenza sessuale né tantomeno il suo annullamento od “omogeneizzazione”: anzi, la differenza di genere si fonda proprio sul riconoscimento della differenza sessuale fra uomo e donna, con tutto ciò che questo comporta in termini personali, naturali, caratteriali, psicologici, sociali, sociologici, ed infine di “coppia”, di genitori, di famiglia, e mi si permetta, anche di fede, laddove vissuta come cristiani, e cattolici in particolare.
E le “pari opportunità”, e tutte le battaglie e le politiche che in questi decenni si stanno realizzando in tutto il mondo per renderle veramente tali, si fondano proprio sul riconoscimento della peculiarità sessuale, la valorizzazione della cui differenza crei parità di genere con la contemporanea “ammissione” alla vita privata, nel senso di coppia e famigliare, e sociale, nel senso di comunità e di stato, da parte di entrambi i generi agli stessi diritti, stessi doveri e rispetto delle proprie specifiche diversità, da valorizzare e non annientare o sottomettere.”

Non mi voglio soffermare, perciò, sulla collocazione del (mono)dibattito svoltosi l’altra sera all’interno della Chiesa di San Pio X; o sui motivi del perché non si sia scelto l’auditorium per un incontro, pseudo seminariale, che per stessa ammissione della relatrice avrebbe destato qualche dissenso: cosa puntualmente verificatasi dopo un ora e mezzo di monotono intervento della dott.sa Biondi, che ha comunque proseguito imperterrita nella successiva ora il proprio monologo senza alcun contradditorio; tanto meno voglio soffermarmi sull’impossibilità in questi incontri di un confronto, al punto che ad una mia domanda al termine della relazione non mi è stata data risposta, così come ad altri, per il semplice motivo che la risposta avrebbe messo in dubbio la propria arcigna tesi, costringendo prima se stessi e poi gli altri, a qualche riflessione seria, più che a inculcare una formazione passiva.

Ciò su cui, invece, vorrei soffermarmi è nel merito e sui toni da crociata che questa polemica contro la “teoria gender” – che non esiste – sta producendo.

Innanzitutto riscontro che in un anno, quest’ultimo in cui le cosiddette “sentinelle in piedi” hanno accelerato la loro propaganda, il pensiero “anti teoria gender” ha subito delle mutazioni significative e preoccupanti per i veri scopi che si prefigge: dal contrasto alle coppie omosessuali sono, cioè, passati all’attacco alle politiche e alle tesi che puntano alla parità tra i sessi, includendo nel nemico da combattere, anche progetti di intervento sociale che puntano a prevenire il bullismo e la violenza sulle donne, tutte tematiche che non possono essere contrastate con incrementi di pena o con la confessione e il perdono di non farlo più; ma con delle strategie educative che puntino al rispetto della dignità del proprio partner, a superare l’idea che siamo ciò che siamo solo come risultato biologico – il sesso -, e ad affermare che la nostra personalità e identità è il frutto anche e soprattutto del condizionamento famigliare e sociale – il genere.

I condizionamenti sociali spesso producono luoghi comuni (“donne al volante pericolo ambulante”, quando si sa che non è cosi dai dati statistici degli incidenti): stereotipi che fino al ‘63 non permettevano, ad esempio, alle donne di accedere alla carriera giudiziaria, cioè a fare i giudici, perche per la legge le donne, per natura soggette a sbalzi di umore, si affermava, non erano affidabili nel giudizio.

Oggi in Italia non abbiamo più norme che impediscono l’accesso a carriere professionali: ciononostante si assiste a barriere culturali che provocano forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, come denunciato dallo stesso Papa Francesco, con la pratica del licenziamento in caso di gravidanza, le cosiddette dimissioni in bianco. Il Papa, in quel caso, non si è limitato a dare una pacca sulla spalla invocando il perdono per il cattivo datore di lavoro se avesse promesso si non applicarla più; ma ha confermato l’esigenza delle donne di realizzarsi nell’attività professionale senza porre limiti: lo stesso Papa non si è sottratto all’esigenza di dover rivedere l’immagine e il ruolo della donna nella Chiesa, non come semplice testimonianza; ma presenza da valorizzare per le sue competenze. Ad aprile il Pontefice è ritornato sul tema affermando l’emancipazione femminile come un” valore” e che a ciò non debba essere ascritto né il fallimento del matrimonio né tanto meno possa essere giustificata la differenza salariale.

I fautori dell’esistenza della “teoria gender” – che non ha fondamento scientifico a meno di non considerare Wikipedia come fonte di teorie – sostengono che si tratterebbe di una teoria tesa a scardinare la concezione antropologica della Chiesa e, dopo aver dovuto constatare che non si trova chi l’abbia teorizzata – per il semplice fatto che non esistendo la teoria non può nemmeno esistere chi la possa aver “creata” -, si va alla ricerca del suo “fondamento” nel pensiero femminista degli anni ’70, alla sua nascita, in particolare, “colpevolizzando” – semmai creare una teoria fosse una “colpa” – Simone de Beauvoir, che avrebbe anche il difetto di essere comunista, e nella Shulamith Firestone. Si estrapolano frasi decontestuallizandole dal momento storico in cui sono state espresse e riproponendole in chiave “teoria gender”. Mi si permetta questo paragone: è come quell’acerrimo anticlericale che volesse ritrovare nei seguenti passi della Genesi 19:30-38 (Lot genera coricandosi con le proprie figlie), 20:1-18, e 12:10-20 (Abramo rivela di aver sposato la sorellastra), l’essenza di come la religione cristiana interpreti il rapporto intrafamigliare, senza contestualizzare il momento storico e soprattutto estrapolare passi e privarli di una lettura complessiva che rivelerebbe ben altro!

Allo stesso modo le frasi dei paladini anti “teoria gender”, estrapolate dal loro contesto originario, non possono essere prese a pretesto per condannare il pensiero femminista: pensiero che per altro ha anche avuto delle evoluzioni e, soprattutto prima di ogni altro, ha fatto proprio il principio della differenza su cui ruotano tutte le politiche di pari opportunità.
E anche laddove ci si spingesse a ritenere preponderante il genere, cioè l’elaborazione sociale dell’individuo, rispetto al sesso biologico, quest’ultimo è sempre in relazione con esso ma con esso non coincide.

Oggi le mie figlie e mio figlio non conoscono la De Beauvoir o la Firestone; se vorranno, approfondiranno: ma ascoltano Emma Watson, l’attrice che impersona Ermione nella saga di Harry Potter, parlare alle Nazione Unite del motivo perché è femminista «Io voglio che gli uomini ereditino questa sfida: così le loro figlie, sorelle e madri potranno essere libere da pregiudizi; ma anche i loro stessi figli avranno il permesso di sentirsi vulnerabili e recuperare quelle parti di sé che hanno abbandonato ritornando così ad essere completi».

Il femminismo non è più quella guerra di sessi paventata dalla relatrice Biondi, al convegno di San Pio X: semmai è la ricerca di un’uguaglianza sociale e famigliare, di pari opportunità; più profondamente, di un nuovo e rinnovato rapporto tra uomo e donna, diversi per sesso e natura, tendenze e vissuto quotidiano, ma uguali per valori, diritti, doveri, aspettative, vita famigliare e sociale. Rapporto in cui anche l’uomo, oggi forse più che la donna, deve ritrovare un senso ed una prospettiva al proprio ruolo di compagno, marito, padre, genitore.

Duole invece cogliere il messaggio semplificato della Dott.sa Biondi che, ai drammi che stiamo vivendo e che minacciano l’umanità, e in particolare i nostri figli – pedofilia, utero in affitto, violenza contro le donne – risponda con la ricetta della riaffermazione dei ruoli classici ed anacronistici di uomo e donna!

La situazione è molto più complessa e costringe ognuno di noi, donna e soprattutto uomo, ad una profonda riflessione su se stessi, sul proprio ruolo personale nella vita di coppia, famigliare, genitoriale e sociale: perché anche io ritengo che siamo di fronte ad una società che tenta di smaterializzare i corpi, denaturalizzare l’uomo e la donna, frutto di “frustrazione e di rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì,” – ha aggiunto il Papa – “rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.

Ma per far questo non abbiamo bisogno di crociate; bensì di guardare alla realtà con gli occhi dei contemporanei e la memoria degli antichi: a riflettere sul proprio ruolo di persona, in primis, prima ancora ed oltre che di uomo e donna, senza annullare le differenze sessuali ma nemmeno ripristinandole come elementi di disparità. Ed a farlo, prima di ogni altra cosa, confrontandosi e discutendone pubblicamente in un vero dibattito, avendo la dignità e umiltà di affermare il proprio pensiero senza nascondersi dietro fantomatiche ed inesistenti lotte ai mulini a vento.

Dott.ssa Sara Vatteroni
Donna, moglie, madre, cattolica, formatrice, professionista ed esperta di pari opportunità

GEN
24
2013

LAVORO. LETTERA INGROIA A ISCRITTI CGIL: IO NON INVITATO. ECCO COSA AVREI DETTO

“Care amiche e amici della Cgil, vi scrivo per riassumere ciò che avrei detto se fossi stato invitato ad intervenire alla vostra conferenza sul programma, al pari degli altri candidati per la Presidenza del Consiglio”. E’ quanto afferma, in una lettera aperta agli iscritti della Cgil, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. “Rivoluzione Civile – Lista Ingroia – aggiunge – ha ben chiaro chi sono gli avversari da battere con il voto: Berlusconi, cioè la destra caciarona e impresentabile, e Mario Monti, rappresentante numero uno di quei professori in loden che hanno deciso la drammatica controriforma delle pensioni. Quella ‘destra perbene’ ha colpito in maniera pesantissima tutti i lavoratori e i pensionati, ma soprattutto le donne, ha creato la tragedia sociale degli esodati, ha cancellato l’art.18 ha confermato e aggravato tutte le forme di precariato. In compenso, non ha saputo mettere in campo alcun intervento che incidesse sulle fasce privilegiate, sulla Casta politica, sugli immensi sprechi ben esemplificati dalle auto blu o dalla pletora di consigli d’amministrazione clientelari. Soprattutto, non ha fatto nulla, zero assoluto, quanto a politiche industriali di ampio respiro. Invece mai come in questo momento, nel cuore della crisi, è urgente che ci sia un governo capace di offrire al Paese un indirizzo lungimirante sui settori strategici.
Sui capitoli da cui dipende la qualità della vita e il futuro del Paese – sanità, scuola, università, ricerca – la continuità tra i governi Berlusconi e Monti è totale. Continuano i tagli lineari, le privatizzazioni striscianti, la totale precarietà. In questa plumbea cornice si sono moltiplicati attacchi sempre più profondi contro i diritti e le libertà dei lavoratori. Siamo di fronte a un assedio che sta progressivamente riportando la condizione dei lavoratori e lo stato delle relazioni industriali indietro di un secolo e oltre. Il punto fondamentale, per me e per il mio programma politico, è invece – continua Ingroia – la piena e totale applicazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, prima di tutto in materia di libertà civili e sindacali. Ritengo fondamentale e imprescindibile la libertà per i lavoratori di votare sempre gli accordi che li riguardano, di votare sempre i propri rappresentanti e di potersi di iscrivere liberamente al sindacato che vogliono. La storia della Cgil è stata attraversata da discriminazioni e persecuzioni, ma alla fine ha saputo sempre sconfiggerle. Ha combattuto il regime fascista, ha ricostruito l’Italia con la spinta di Giuseppe Di Vittorio, ha emancipato la dignità di chi lavora con Bruno Trentin, ha battuto Berlusconi quando Sergio Cofferati vinse la battaglia per impedire la cancellazione dell’art. 18. Quelli che allora erano in piazza con voi e con noi, hanno votato oggi, senza batter ciglio, quell’eliminazione dell’art. 18 che non era riuscita 10 anni fa.
È dunque per me un impegno di grande valore democratico quello di assumere nel nostro programma l’approvazione di una legge per la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la cancellazione delle leggi Fornero sui licenziamenti e sulle pensioni. Ci impegniamo – prosegue la lettera – a combattere la precarietà cancellando le oltre 40 forme di contratto precario per i giovani considerando l’apprendistato come il vero contratto di inizio lavoro. Riteniamo utile, in questa fase di transizione, garantire un reddito minimo almeno per i periodi di vuoto retributivo e previdenziale. Oggi, come anche i dati della Cgil dimostrano, è possibile una scelta alternativa a quella di Berlusconi e Monti. Noi lavoriamo per questo: per un governo di centrosinistra che rompa con le logiche monetariste del fiscal compact, con quelle devastanti della guerra e degli armamenti, con un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente e la salute dei cittadini mentre ignora i diritti umani fondamentali. Tutto questo, però, non può essere fatto a braccetto con chi quei modelli sciagurati li ha teorizzati, perseguiti e praticati, come Berlusconi e Monti.
Proprio perché noi siamo disponibili alla costruzione di questa alternativa di governo, ma siamo altrettanto fermamente indisponibili a ogni accordo con chi persegue politiche opposte alle nostre, Rivoluzione Civile rappresenta oggi il vero voto utile per impedire che si realizzi il progetto sciagurato, già annunciato e temo per molti versi già deciso, di un governo Pd-Monti.
Non è questione di pregiudiziali ideologiche ma di scelte pragmatiche e concrete. Noi lavoriamo per l’unità del mondo del lavoro: la destra di Berlusconi e Monti si è adoperata e promette di adoperarsi ancor più in futuro per dividere e per isolare le forze sindacali che non accettano le loro condizioni. La destra italiana ha usato la crisi per distruggere il Contratto Nazionale, abolire l’art. 18, cancellare i diritti minimi per i giovani, abbattere le libertà dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi vogliamo marciare in direzione opposta. E l’autonomia dei sindacati dai partiti e dai governi è un valore da conquistare e da rispettare. Di tutto questo – conclude Ingroia – mi sarebbe piaciuto discutere con voi, ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni di incontro con i pensionati e poi nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, dove ogni giorno lavorate garantendo il funzionamento dell’Italia. L’obiettivo comune è quello di restituire al lavoro tutto il valore, tutta la dignità e tutta la libertà necessaria per portare il Paese fuori dalle secche della recessione e della depressione”.

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GEN
11
2013

Un nuovo Welfare per le famiglie: la casa famiglia come ultima ratio

Sui quotidiani di ieri leggo di un episodio di violenza ai danni di un adolescente avvenuto all’interno di una comunità familiare dello spezzino.
Premesso il fatto di non conoscere, se non per averne letto sui giornali, a fondo e nei dettagli la vicenda con la sua evidente complessità dietro all’affidamento di un minore presso una comunità familiare su indicazione del tribunale dei minori di Genova, rimango interdetta sull’uso, a mio parere poco ponderato, che spesso viene fatto dell’affidamento a tali strutture che al contrario dovrebbero risultare l’ultima ratio come rimedio di una difficile situazione e di rischio per il minore nel permanere all’interno della famiglia, da valutare attentamente caso per caso.

In ogni caso Oggi e’ necessario pensare a diversi modelli di welfare che supportino e aiutino la famiglia a risolvere i problemi al suo interno.
Mi domando come sia possibile che a un minore sia impedito di vedere i suoi familiari nelle due settimane iniziali di inserimento e, ancor più grave, avere contatti telefonici.
Tutto questo fatto passare come un passaggio utile e positivo per la sua maturazione.
Tanto utile e positivo che l’adolescente in questione si è trovato in una situazione violenta senza poter chieder aiuto in una struttura che doveva proteggerlo, tutelarlo e garantirgli un ambiente educativo più consono al suo percorso di crescita.
Rimango ancor più inorridita quando, sempre leggendo sulla cronaca, apprendo che al ragazzo è stato chiesto di non parlare del brutto episodio accadutogli e, peggio ancora di raccontare un’altra versione dei fatti. Davvero inammissibile sotto tanti profili non ultimo quello educativo.

Più che di case famiglia sembra che siamo di fronte a strutture usate come case di correzione piuttosto che di contenzione.
Se è così, se si fa un uso distorto di luoghi che dovrebbero aiutare le famiglie e i minori in un modo accogliente, allora anche le modalità di approccio e di ricorso a queste strutture da parte dei tribunali dovrebbe essere rivista e monitorata stante che la mancanza di controlli danneggia strutture che svolgono egregiamente questa importante giunzione e servizio.

In base a una recente ricerca dell’istituto degli innocenti tra le motivazioni dell’affidamento familiare devono predominare in assoluto le condotte di abbandono e/o di grave trascuratezza della famiglia di origine, a cui seguono problemi prevalenti di tossicodipendenza e, infine, i gravi problemi economici.
Tornando al caso in oggetto, i problemi relazionali e l’inadeguatezza genitoriale conservano la loro importanza anche tra i motivi secondari,ma non possono essere sufficienti a determinare il distacco dalla famiglia di origine. Spesso invece l’affido viene usato per rispondere problemi economici della famiglia, problemi abitativi, problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori.

E’ evidente che le soluzioni non possono che essere adottate attraverso modelli di welfare che diano sostegno direttamente alle famiglie.

Sara Vatteroni

NOV
21
2012

Cedaw, Napoli – 23 Novembre 2012

Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l’uomo in essa trova o non trova. (da Follia/Delirio in Scritti, 1982) Leggi tutto →

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OTT
31
2012

LA DENUNCIA DELL’IDV CONTRO L’AGENZIA TEDESCA JUGENDAMT. SARA VATTERONI -RESP. IDV DEMOCRAZIA PARITARIA- : “ LA GERMANIA RAPISCE FIGLI E RISORSE ALLE MADRI ITALIANE”

“MINISTRO SEVERINO TORNI AD ESSERE DONNA E MADRE”

“INADEGUATI GLI STRUMENTI ITALIANI IN MANO ALLA POLIZIA GIUDIZIARIA IN MATERIA DI MINORI”

La Responsabile Nazionale IDV per la Democrazia Paritaria, Sara Vatteroni, non ha mezze misure e,  a margine di un convegno organizzato a Carrara sui diritti dei bambini, denuncia: “La Germania continua a rapire i figli delle donne italiane che ritornano nel proprio Paese d’origine, magari per allontanarsi da mariti violenti e  convivenze inaccettabili per la crescita sana dei propri bambini” . Leggi tutto →

OTT
19
2012

La PAS non esiste!! Subito una commissione d’inchiesta

Da anni l’IDV donne della Toscana segnala i rischi dell’applicazione delle diagnosi di PAS ( sindrome di alienazione parentale) nelle aule dei tribunali, una sindrome totalmente ascientifica e che a seguito della vicenda di Cittadella, sembra oramai un opinione diffusa, confermata anche dal Ministro delle Sanità.
Siamo rammaricati che sia stato necessario un filmato amatoriale per  denunciare quanto stia avvenendo da tempo nelle aule giudiziarie: perizie “cliniche” di PAS diagnosticate non solo da psichiatri, ma anche da assistenti sociali che hanno avuto come conseguenza il confinamento di decine di bambini cosiddetti “alienati” presso case famiglie e istituti.
Ora però è necessario mettere la parola fine!

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OTT
16
2012

Appello urgente al Ministro della Giustizia Severino

Premesso che

- la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, Parental Alienation Syndrome) è una ipotetica dinamica psichiatrica che, secondo le teorie di Richard Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali.

- tale sindrome non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale:
nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo;
- negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori.
- In Canada il Dipartimento Giustizia ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità;
- la PAS non è stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases);
- in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)
- Il presidente della Società italiana di Psichiatria, Claudio Mencacci, ha definito la sindrome una teoria «priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità».

si chiede urgentemente

al Ministro della Giustizia Cancellieri di attivare il proprio potere ispettivo presso tutti i Tribunali italiani, compresi i Tribunali per i Minorenni, allo scopo esclusivo di accertare il numero totale delle sentenze di affidamento dei minori che sono state decise sulla base della diagnosi di Parental Syndrome Alienation ( Pas) e se i servizi giudiziari abbiano proceduto secondo le leggi, i regolamenti e le istruzioni vigenti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

Per adesioni
saravatteroni@gmail.com

OTT
01
2012

Oggi come sessant’anni fa: le vittime dello Jugendamt tedesco sono le vittime di Sant’Anna di Stazzema

Assume un sapore sinistro e quasi beffardo la dichiarazione rilasciata all’ANSA dalla Procuratrice Claudia Krauth che ha archiviato il processo alle SS per la strage di Sant’Anna di Stazzema: ‘’ Mi sento di assicurare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che la Procura di Stoccarda ha fatto tutto il possibile per chiarire le responsabilità dei militari della Reichsfuehrer SS nel massacro’’.
Sappiamo quanto la cultura giuridica di un paese che si traduce in codici e leggi e procedure, sia lo specchio fedele e la sintesi di mentalità, usi, consuetudini, convinzioni.
Oggi è sotto gli occhi di tutti, finalmente smascherato dallo scandalo della sentenza di Stoccarda che mette in dubbio le confessioni degli imputati, e, con calcolo ragionieristico anche il numero delle vittime a suo tempo accertate, non tanto una sorta di revisionismo storico di stampo negazionista, ma di quanto il sistema ‘deutsch legal’ sia ‘’ legale’’ solo ed esclusivamente per il cittadino tedesco, che gode di una particolare attenzione, ed è un principio che tocca anche altri ambiti, come il diritto di famiglia.
Avviene infatti che anche nel diritto di famiglia, a prevalere e’ il criterio naturale di
’’ appartenenza’’ alla comunità tedesca e alle sue regole, in palese contrasto con principi di diritto universale, e con le procedure, come il diritto al giusto processo, al contraddittorio, all’ascolto, all’imparzialità del giudice, garantiti da Convenzioni Internazionali, consapevolmente sottoscritte anche dalla civilissima Germania. Il permanere di istituti quali lo Jugendamt ’terzo genitore’’, o ‘’genitore di Stato’’ mette in dubbio, allo stesso modo del permanere in Italia di istituti di epoca fascista, quali il Tribunale per i Minorenni, la costruzione di un’ Europa coesa e di una nuova cittadinanza europea.

L’istituto dello Jugendamt nato sessant’anni fa per la ‘’protezione dei minori’’, il cui meccanismo di reale funzionamento è ai più sconosciuto, riveste un ruolo fondamentale in caso di separazioni tra genitori e nel caso si tratti di genitori di diversa nazionalità. Infatti, oltre a schierarsi in maniera imparziale a difesa del genitore tedesco, propone una sorta di neo-germanizzazione.
Grazie alla lotta del tutto impari e alla testimonianza di genitori spesso bilingue, di alta formazione universitaria, come Marinella Colombo e Olivier Karrer, che hanno scritto libri su questo silenzioso olocausto bianco che si sta perpetrando nella civilissima Europa, e presentato petizioni al Parlamento Europeo, è stato possibile svelare il meccanismo di scatole cinesi e l’impianto civile, penale ed amministrativo che opera dai tempi dell’epoca nazista, intrecciandosi in modo funzionale con appositi regolamenti europei , con l’obiettivo di ottenere l’affidamento esclusivo del bambino binazionale. A tutti i costi, sacrificando affetti, stravolgendo perizie, screditando le volontà dei bambini coinvolti.
Per questo motivo, alcuni di questi genitori stranieri, vittime inconsapevoli e spesso non credute, senza mezzi, ridotti sul lastrico, a cui è stato sottratto per sempre il rapporto con i propri figli, sono stati ingiustamente incarcerati con accuse infamanti e senza prove, che ricordano i processi kafkiani agli ‘’oppositori politici’’ di un tempo .
A ciò si aggiunga che, contrariamente a ciò che avviene con le nostre sentenze, gli omologhi giudici italiani, non mettono mai in dubbio le sentenze o ordinanze tedesche, anzi si prodigano, come nel caso di Marinella Colombo, a collaborare di buon grado per adempiere alle disposizioni tedesche.
Tutto il sistema su cui si fonda lo Jugendamt va ricercato nel principio della presunzione di colpevolezza che permea tutto il diritto penale tedesco, per cui è sufficiente il semplice sospetto che un genitore straniero abbia intenzione di portare via il figlio dalla Germania, che si attuano immediatamente meccanismi e procedure preventive, con l’unico obiettivo di criminalizzare preventivamente il genitore non tedesco, pregiudicandone libertà di spostamento, e soprattutto sottraendogli per sempre qualsiasi relazione e qualsiasi diritto sul figlio, salvo l’obbligo a provvedere all’assegno di mantenimento e a eventuali lasciti ereditari.
Si tratta di casi diversi e tra loro distanti, è vero, ma ci fanno capire che stiamo rischiando di creare una comunità’ europea dove la reciprocità è soltanto a senso unico e dove manca il comune riconoscimento di una cittadinanza consapevole e condivisa.
Oggi, come sessant’anni fa, ci sono centinaia di migliaia di bambini italo-tedeschi, franco- tedeschi, polacco-tedeschi, iberico-tedeschi, americani-tedeschi, russo-tedeschi, anglo-tedeschi annientati emotivamente e culturalmente, costretti a vivere senza un genitore, contro la loro volontà, a causa di un impianto, quello dello Jugendamt, che risente oramai del tempo e che è tra gli ostacoli alla costruzione di un Europa fatta di valori condivisi.

Per maggiori informazioni sullo Jugendamt visitate il sito www.ceed-europa.eu

Sara Vatteroni
Responsabile Dipartimento Democrazia Paritaria Italia dei Valori

SET
25
2012

DEMOCRAZIA PARITARIA LA SFIDA PER IL CAMBIAMENTO: PIU’ DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

L’analisi e le proposte illustrate in questo documento sono il frutto della condivisione di donne e uomini con i quali il dipartimento di Democrazia Paritaria si è confrontato sul tema della rappresentanza di genere nelle istituzioni e nei luoghi decisionali, nonché dalla consapevolezza che c’è sempre più esigenza di maggiore democrazia e partecipazione per rispondere alla fase di anti politica e di astensionismo che rischia di minare i capisaldi del nostro sistema democratico.

Sulla base di questo presupposto il documento è stato elaborato tenendo conto delle principali analisi e testi pubblicati negli ultimi anni e con un occhio di attenzione di quanto avvenuto nell’ambito dell’impresa e del settore manageriale sia pubblico che privato, da cui sono stati mutuati l’individuazione di una serie di strumenti e approcci innovativi per un modello politico oramai superato e non in grado di rispondere con efficacia alle richieste di democrazia e partecipazione.

Parlare di democrazia paritaria, per il partito, vuol dire accettare una sfida; ma anche fare i conti con una realtà che cambia e che non coinvolge solo il nostro paese basti pensare al protagonismo delle donne nella primavera mediterranea, e dove le donne vogliono essere non più spettatrici ma protagoniste e artefici non solo del futuro proprio ma dell’intera società.

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GIU
17
2012

IN ITALIA E’ IN CORSO UN VERO E PROPRIO FEMMINICIDIO, CHI LO NEGA, NEGA UNA REALTA’ E NON MI RAPPRESENTA

In merito ai convegni tenutisi a Trieste e a Grado sulla presentazione delle 14 migliori leggi europee per le donne, ovvero la’Clause de l’Européenne la plus favorisée’ alla presenza della Senatrice Giuliana Carlino e ad altre esponenti dell’Italia dei Valori del Friuli, e illustri esponenti del sindacato e delle Istituzioni tra cui la consigliera di parità, la presidente della Consulta femminile, la consulente legale presso SOS Rosa di Gorizia, la segretaria CGIL di Pordenone, e molte altre, desideriamo pubblicamente prendere le distanze dalle affermazioni della dottoressa Valentina Peloso relatrice ai due convegni sopra menzionati, espresse in più occasioni sul suo blog ‘Alice nel paese del genoma’ poiché denotano una banalizzazione della violenza di genere inaccettabile e offensiva per tutte coloro che operano quotidianamente a tutti i livelli per la difesa delle donne e minori.

Ci riferiamo in particolare agli articoli pubblicati il 30 settembre 2011 “L’Italia dei Valori e la legge sull’affidamento condiviso” , l’articolo del 29 gennaio 2012 “ Come farsi venire un attacco di fegato la domenica sera sul web” a seguito del convegno organizzato dall’Italia dei Valori di Massa Carrara contro la PAS e l’articolo del 13 giugno 2012 dal titolo “ La violenza non ha genere”.

E’ doveroso fare una premessa:

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