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NOV
09
2015

Massa 23 ottobre 2014 su Vita Apuana. Maschio e femmina di che genere sei?

In questi mesi ascolto e leggo di articoli con le teorie basate sul gender e penso che regni un grande disorientamento misto a ignoranza.
Sono mamma di due femmine e un maschio e quando li guardo mi chiedo ma che tipo di donne saranno, ma che tipo di uomo sarà? In questo si racchiude la relazione tra sesso e genere. Il sesso un fattore determinato dalla nascita e il genere, il processo di costruzione dell’identità che è il frutto della relazione tra aspetti biologici, mentali e sociali. La costruzione dell’identità di genere si lega con il dato biologico ed è influenzato dalla cultura ma soprattutto della relazione nel contesto famigliare. Le relazioni famigliari attengono al contesto di reciprocità tra i membri e tra generazioni,
al ruolo assunto da uomini e donne e le funzioni svolte dalle donne nello scambio tra generazioni.
Questo approccio alla costruzione dell’individuo nella società ha permesso di superare stereotipi, pregiudizi, ha liberato uomini e donne dalla gabbia di ruoli predefiniti, ha determinato conquiste
sociali ma anche liberato energie in ambito scientifico, artistico, le donne oggi percepiscono la possibilità di esprimersi in tutti i settori nessuno precluso, ciò certamente non vuol dire che sia stata raggiunta la parità anche sostanziale, ma ciò rappresenta sicuramente un opportunità nuova per le donne e la società.
Allo stesso modo ciò vale anche per i maschi che sempre più si pongono o dovrebbero porsi quesiti sulla propria identità anche nel rapporto con le loro amiche e compagne e che hanno la possibilità di riflettere elaborare, superando steccati e stereotipi.
In molti vedono in queste tesi il rischio di annullare le differenze.
In realtà le prime ricerche ed elaborazioni sul gender sono nate nell’ambito del pensiero femminista che parallelamente elaborava tra le diverse tesi, negli anni ottanta, il pensiero della differenza: sfatando la presunta universalità del maschile si riscoprivano saperi, storie e cultura rendendo evidente un “altra” realtà che non voleva più essere considerata minorità oppure condannata all’oblio.
Questo cambiamento ha prodotto rotture e lacerazioni, incomprensioni anche tra le donne ma ha avuto il merito di essere condiviso anche da uomini, è riuscito a spaccare gli steccati al punto che Emma Watson, l’interprete di Ermione nella famosa saga di Harry Potter, ambasciatrice delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, recentemente nel suo discorso all’assemblea ha affermato: “ho visto uomini resi fragili e insicuri da un idea distorta di quello che significa successo per un maschio. Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere, non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere, ma io vedo che lo sono. E quando sono liberi le cose cambiano di conseguenza anche per le donne”.

Non sono ancora molti gli uomini ma sono sempre più quelli, che mutuando un linguaggio e un metodo del femminismo, ricostruiscono una propria identità a partire da se per aprirsi al mondo, al sapere, partendo dalla propria parzialità per ricostruire il proprio maschile.

Certo quali sono i modelli a cui gli uomini possono riferirsi? Se la figura autoritaria del padre è stata rinnegata non possono essere certo rinnegate le funzioni della paternità i cui compiti sono legati alla sfera sociale, all’avventura del vivere al di la dei pericoli, per sentirsi parte attiva del contesto sociale? Perduto l’autoritarismo come riconquistare l’autorevolezza?

Così come le donne hanno dimostrato di poter rinnovare la propria identità acquisendo nuovi spazi, anche gli uomini hanno una grande opportunità per ridefinire la propria identità riappropriandosi di ruoli, compiti anche inediti per uomini “nuovi”.

Tutto ciò passa anche attraverso nuove relazioni tra i sessi non più basate sul dominio di uno sull’altro ma su una condivisione di compiti e ruoli, ognuno con la propria specificità.

NOV
09
2013

L’intervento di Sara Vatteroni al congresso provinciale idv di Massa – Carrara

Ringrazio Claudia per aver accettato di portarvi i miei saluti al congresso provinciale. Purtroppo per motivi di lavoro non mi è possibile partecipare, ciononostante ho ritenuto doveroso augurare a tutti voi e al futuro coordinatore un buon lavoro.
Come saprete con la candidatura di Giovanni Fittante, e la sua vittoria, è stato confermato il mio ruolo e soprattutto l’impegno all’interno del coordinamento regionale.
Con questa fase congressuale regionale e provinciale si chiude un era per il nostro partito, un era fatta di tante soddisfazioni ma anche di ombre che ci hanno segnato profondamente, al punto di farci perdere credibilità di fronte al nostro elettorato. Adesso grazie all’impegno di tutti noi è necessario riprendere l’iniziativa politica sia a livello locale che a livello regionale.
Al termine del mio mandato da assessore provinciale ho ritenuto di continuare nel mio impegno non solo a livello regionale ma soprattutto a livello locale nel sostegno a Claudia. Sono stati mesi difficili fatti di attacchi personali, per i quali non è mancato il sostegno del partito non solo a livello locale ma anche a livello regionale, con la solidarietà di tutto il coordinamento regionale, ma sono stati anche intensi e proficui.
Ciò ci ha permesso di avere una buona visibilità a livello mediatico, abbiamo monopolizzato l’agenda politica su molti nervi scoperti di questa amministrazione: la gestione del sociale e delle case popolari, la risorsa marmo e la sua regolamentazione, il bilancio e i riflessi sul tessuto commerciale di Carrara. Tutti temi che hanno prodotto grande attenzione non solo mediatico ma di molti cittadini, ma perché questo consenso si trasformi in consensi è necessario costruire attraverso il partito, con reti cittadine un tessuto sempre più ampio, che sappia attrarre, garantire la partecipazione, attivare un laboratorio politico per dare a Carrara un progetto alternativo di città solidale dove il principio di legalità non sia “questo sconosciuto” ma un impegno e una regola per il buon governo del bene comune.
Permettetemi un accenno a livello nazionale. La situazione è sicuramente molto complessa, se da un lato la stagione delle larghe intese sembra offrire ampi spazi politici, dall’altro non siamo favoriti da un sistema informativo monopolizzato che sembra vedere nelle larghe intese la soluzioni ai mali italiani.
Una visione che non solo contrasta con tutti i moderni modelli democratici sia europei che di oltre oceano ma in realtà rappresenta una vecchia visione, da Prima Repubblica, di questo paese dove dal bipartitismo imperfetto, determinato dallo scacchiere internazionale dagli accordi di Yalta, la Dc al governo e il PC all’opposizione, si passò al compromesso storico che permise di garantire gli equilibri che si erano determinati nel primo ventennio del nostra democrazia post fascista.
La stagione dei compromessi permise di superare gli ostacoli e di realizzare una serie di grandi riforme, lo statuto dei lavoratori, la riforma della casa, del fisco della sanità. Oggi, nonostante minori contrapposizioni ideologiche, non ritengo che le due principali forze politiche del paese il Pd e il PDL siano capaci di tali risultati e neppure di una forte spinta riformista necessaria, in questa fase di grande crisi oltre che economica, di valori e di mancanza di riferimenti.
In questa lettura dei risultati elettorali la presenza di un movimento 5 stelle con percentuali pari al 20/21%, non di sola testimonianza ma di potenziale forza di governo rischia di congelare la possibilità di creare progetti di governo alternativi e di questo dovremmo tenere conto.
Le prossime scadenze elettorali ci offrono la possibilita di uscire da questo empasse. Le elezioni europee sono elezioni dove vige un sistema proporzionale, non c’è necessita di predefinire delle alleanze e dove però la battaglia rischia di cristallizzarsi tra i favorevoli all’Euro e all’Europa e i contrari, gli euroscettici.
È abberrante che il momento di snodo per la costruzioni europea coincida con una delle fasi piu critiche e ciò è, a mi parere dovuto, alla incapacità dell’Europa ad affrontare questa crisi testimoniando poca soldarietà tra i paesi che ne fanno parte e un Euro e una politica monetaria, che non è riuscita a essere uno dei motori della costruzione politica europea e oggi ne rappresenta un freno.
L’idv in questa prospettiva dovrebbe riprendere la capacità riformista che l’ha sempre contraddista anche nel panorama europeo e che portò anni fa, il nostro presidente Antonio Di Pietro, a fare la scelta per il raggruppamento dell’Alde. Un raggruppamento di fatto liberal democratico, ma che in realtà raccoglie le istanze più varie dai liberali conservatori tedeschi euroscettici, ai liberal democratici nord europei, europeisti convinti; e in Italia i radicali ma anche espressioni storiche della cultura politica laica del nostro paese.
Perchè l’Europa possa ritornare ad essere quel progetto politico pensato da Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Monnet, Spaak e Schuman deve ritornare ad essere protagonista e come affermato da Daniel Cohn-Bendit, presidente dei verdi europei e da Guy Verhofstadt, Presidente dell’Alde, i problemi che attualmente affliggono il Vecchio Continente (crisi economica, immigrazione dai paesi del Terzo Mondo, disoccupazione, depauperamento delle risorse) potranno trovare una soluzione soltanto attraverso il potenziamento del progetto di integrazione e l’adozione di un modello federale, retto da istituzioni sovranazionali che facciano capo a un Parlamento europeo.
Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete concesso, in un messaggio di saluti forse un po irrituale, ma ho ritenuto importante trasmettervi queste miei riflessioni come contributo alla discussione, certa che il dibattito non si esaurirà con il congresso provinciale ma da qui partirà una fase di rinnovato dialogo e confronto.
Buon lavoro

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MAR
25
2013

Retitudine 11: intervento di Sara Vatteroni

Prima di iniziare il mio intervento vorrei anche io far riferimento all’esperienza di Rivoluzione Civile che mi ha lasciato un grande dolore non per il risultato elettorale e neppure per aver perduto ma perché ho percepito che non ero in sintonia con il paese, eravamo da un altra parte e questa consapevolezza mi ha creato un forte disagio.

Vorrei focalizzare il mio intervento su alcune parole. Occupandomi in questi anni di razzismo e pari opportunità ho imparato che dall’analisi imagedelle parole si può affermare che una società e’ razzista o di fatto non riconosce le pari opportunità. In Italia non abbiamo le leggi razziali ma dietro il significato delle parole possiamo riconoscere il razzismo strisciante che caratterizza la nostra società, allo stesso modo per il riconoscimento della pari dignità delle donne questa passa attraverso l’uso o l’abuso delle parole e delle immagini. Ho utilizzato questi stessi criteri di analisi per la situazione politica di oggi.

Autenticità vs credibilità

L’autenticità e’ un valore intrinseco della persona, la credibilità e’ come invece vieni percepito: Papa Francesco e’ autentico e credibile, ma la Chiesa, la comunità cattolica sarà in grado di esserlo altrettanto? In questi giorni ero in visita in una comunità cattolica che sta realizzando un progetto importante per il reinserimento dei detenuti sperimentando forme alternative al carcere, nel trasmettergli il mio entusiasmo per la scelta di Papa Francesco mi è stato risposto ma la Comunità dei cristiani sarà in grado di far perdere di credibilità la figura del nuovo Papa, sarà in grado di rappresentare il cambiamento di porre al centro della sua azione la persona, i poveri?
Applicando poi queste parole al M5S ho cercato di approfondire, andare oltre gli aspetti superficiali, ebbene penso che il M5s abbia goduto di una grande credibilità, che RC non aveva. Gli elettori lo hanno ritenuto credibile perché in grado di rompere gli schemi e obbligare il futuro governo a fare delle scelte giuste appunto a 5 stelle.
Sicuramente la loro organizzazione dal basso, la partecipazione dei territori da al movimento grande autenticità e credibilità e anch’io vedo con grande simpatia questi neo parlamentari aggirarsi tra i corridoi del parlamento, rompendo vecchi e superati protocolli. Allo stesso modo non credo che rappresentino l’anti politica, che invece è stata prodotta dai tanti “professionisti” della politica che hanno più pensato ai giochi di palazzo che al futuro del nostro paese.
Ma il M5S e’ realmente autentico?
In questi giorni sto cercando di approfondire la loro conoscenza e ho colto alcuni aspetti, quelli positivi li ho elencati prima, altri mi hanno fatto riflettere ed in particolare il non rispetto della meritocrazia e il non considerare i percorsi delle persone come un valore aggiunto di cui tutta la nostra società dovrebbe avvalersi, in particolare sulla nomina di Grasso e Boldrini che ritengo persone degnissime e di alto profilo e che penso siano state proposte ed elette dalla maggioranza proprio su spinta, sembra paradossale, proprio per la presenza del M5S. Inoltre la proposta di avere la nomina della commissione RAI ancora una volta un movimento che occupa la Rai, quando la vera battaglia dovrebbe essere fuori i partiti dalla Rai!
Insomma speriamo che il buongiorno non si veda dal mattino ma sicuramente il M5S richiede un plus di analisi se non altro per il grande successo elettorale di cui bisogna tenere conto.

Il quadro politico non è molto chiaro sono saltati i riferimenti al punto che oggi molti di noi si chiedono se siamo una minoranza culturale chi si arrischia a paragonarci a una riserva indiana, ebbene io non ho dubbi siamo una riserva indiana! Io stessa, il mio profilo, se interrogo l’Istat mi conferma di essere una riserva indiana: donna sposata con tre figli, laureata, che fa politica ed è libero professionista. In realtà io divento maggioranza quando penso alle mie paure, di madre che teme la mancanza di una rete sociale che riesca, indipendentemente dalle vicende lavorative mie e di mio marito, a non privare i mie figli delle opportunità legate ai loro studi, alla loro salute ecc… Quando penso alla vivibilità dell’ambiente ecc… Insomma dobbiamo tradurre i nostri valori nella quotidianità delle vita delle persone, solo così diventiamo maggioranza!
Allora dobbiamo operare per costruire un soggetto che si basi su alcune parole chiave: la collegialità frutto di una leadership condivisa, e sopratutto avviare un processo per costruire una comunità di riferimento che abbia una sua identità e valori di riferimento, la lotta all’illegalità, la costruzione di una società che si fondi sulla centralità dei bambini e delle bambine perché sia più sostenibile, e rispettosa dei tempi e delle necessità di ognuno.

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MAR
25
2013

Retitudine 11 Intervento di Marcello Bigerna

Parto con la mia riflessione da Rivoluzione Civile e da come io ho vissuto questa esperienza che alla fine è stata utile se è riuscita a farci capire (come penso sia riuscita da quello che ci siamo detti in questi due giorni) che La RETE (e noi abbiamo aggiunto 2018 proprio per questo) non vuole cambiare il mondo, ma attrezzarsi per farlo.
imageRivoluzione Civile ci ha fatto capire che i Partiti, in Italia, sono tutti definitivamente morti.
Rivoluzione Civile ci ha fatto capire che destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra sono categorie ormai estinte.
Rivoluzione Civile ci ha fatto anche capire, però, che qualcuno se ne è già accorto, qualcun altro no, qualcun altro ancora crede che il Partito sia una casa di cemento armato con tanto di fondamenta, tetto, finestre con doppi vetri e portoni blindati.
Rivoluzione Civile ci ha fatto capire che il Big Bang ancora non è arrivato, che dobbiamo continuare ad attrezzarci, che non è arrivato ancora il nostro tempo.
Io ero convinto di questo già prima dell’esperienza di Rivoluzione Civile, non penso sia un segreto, però come avete visto mi sono impegnato per e in questa esperienza, perché come ha detto Azzolino ieri, gli amici della RETE mi hanno chiesto di impegnarmi, perché alcuni di loro erano convinti che fosse arrivato il nostro tempo ed infine perché la speranza per noi sta sempre nell’assumerci le nostre responsabilità e perché noi siamo simili nel nostro non sentirci mai a posto, mai arrivati, mai in grado di capire sempre tutto, nel nostro continuare a interrogarci, a guardarci dentro e a guardarci attorno, nel nostro andare ad abbattere un altro recinto senza limitarci a contemplare il recinto appena abbattuto.
Luca sa cosa ho fatto e ho dovuto fare in quei due giorni e due notti perché La RETE 2018 fosse presente e rappresentata in Rivoluzione Civile e come ci fosse qualcuno che se avesse potuto avrebbe fatto volentieri a meno di noi, però sa anche che alla fine di quei due giorni e due notti gli ho telefonato e detto “Luca, non ci siamo, non ce la facciamo”. Ero, però sereno e tranquillo come sono stato sereno e tranquillo il giorno dopo le elezioni perché Rivoluzione Civile mi aveva fatto capire una cosa:
noi eravamo gli unici tra tutti e sette i soci fondatori ad avere un progetto.
Gli unici che a semplice chiamata hanno formato un’organizzazione su tutto il territorio (un’organizzazione di scopo, ma un’organizzazione).
Gli unici che a semplice chiamata si sono riuniti a Roma, da tutta Italia.
Gli unici che non hanno avuto bisogno di chiedere la sospensione dei lavori perché dovevano confrontarsi con i loro recinti interni.
Gli unici che a semplice chiamata si sono candidati senza la possibilità di essere eletti anche se non credevano che quello fosse il nostro progetto.
Per questo, io penso, non abbiamo sentito ciò che Luca senti quando Caponnetto e gli altri non entrarono in Parlamento. Quello era il sentimento di chi vede il proprio progetto, o quello che lui pensa essere il proprio progetto, fallire.
Rivoluzione Civile non era il nostro progetto, ma solo un altro recinto da abbattere e dopo averlo abbattuto ci è dispiaciuto per gli amici che invece ci credevano, ma sapevamo che dopo ci sarebbe stata Acquasparta e come dice Azzolino ci saremmo dissetati, rinfrescati e non ci saremo più sentiti la particella di sodio che sola si aggira per la bottiglia, per il recinto bottiglia.
Acquasparta, La RETE 2018, la Retitudine e’ anche questo.
Un luogo dove, dopo aver abbattuto un recinto, ci si rinfresca, ci si disseta per ripartire ad abbattere un altro recinto.
Un luogo che serve a ricordarci che noi siamo “tante minoranze culturali” che ogni volta che si abbatte un recinto diventano una minoranza sempre più grande fino a quando non riusciremo a costruire la grande RETE che sarà la somma di tante minoranze culturali che diverranno maggioranza, ma che avranno sempre bisogno di Acquasparta, de La RETE (a quel punto potremo togliere 2018 o 2023 o 2028 …), de la Retitudine che gli ricordi che siamo minoranza culturale.
Ecco, che allora, penso sia chiaro quello che abbiamo sempre detto e cioè che La RETE è lievito culturale e sintesi politica, ma non rappresentanza istituzionale, perché La RETE è minoranza culturale.

Allora che fare ??

Nemmeno io mi esimo dal fare riferimento ai due “fenomeni” del momento.

1) Come dice Papa Francesco dobbiamo costruire ponti.

2) Dobbiamo dirci e dire che La RETE 2018 è differente da GRILLO.
E’ differente perché:
Grillo: “il Movimento cambierà il mondo”
La RETE: “noi non vogliamo cambiare il mondo, ma attrezzarci per farlo”
Grillo: “la rete sostituirà il palazzo”
La RETE: “l’ascolto e la partecipazione sono la vera rivoluzione”
Grillo: “l’Italia fuori dall’Europa”
La RETE: “noi vogliamo costruire gli Stati Uniti d’Europa che siano l’Europa dei cittadini e non l’Europa delle banche e della speculazione finanziaria”
GRILLO e’ solo protesta (o come diceva Luca nella Retitudine notturna anche qualcosaltro) che si e’ fatta rappresentanza istituzionale.
La RETE e’ “… Da qui, la scelta di dar vita a La Rete 2018 e vivere La Retitudine come un percorso di valori, comune e condiviso, in grado di dar voce e interpretare le istanze più vive della società civile. Esso si propone due compiti, lievito culturale e sintesi politica, non ha il livello di rappresentanza istituzionale.
Grillo e il M5S sono la protesta che si fa rappresentanza istituzionale noi siamo l’opposto siamo lievito culturale e sintesi politica.

Ieri dopo due giorni di bellissima discussione (ci metto anche l’incontro con il Sindaco di Capannori che ci ha introdotto perfettamente a questa Retitudine) Luca ha iniziato a delineare un’idea:
- BASTA CONTRO
- BASTA PENSARE ALLE ELEZIONI
- CODICE ETICO, DI COMPORTAMENTO E DI PARTECIPAZIONE
- IL MIO PARTITO E’ (l’ordine non è casuale) L’EUROPA PALERMO, L’ITALIA = RETE 2018 = PARTITO DI HOWARD DEAN

Ma quale è la struttura del Partito di Howard Dean
Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Democratico non ha forme di iscrizione a livello nazionale. L’unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all’atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta): tale dichiarazione, in alcuni Stati, è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse).
Il Partito Democratico ha comunque, a livello locale, partiti affiliati (uno per Stato), ciascuno dei quali può prevedere forme di “membership” di vario tipo; in generale, però, l’appartenenza ad un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. Unico organismo centrale al vertice del partito è il Comitato Nazionale (Democratic National Committee), che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell’operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali; esso può tutt’al più appoggiare ufficialmente la campagna di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti presenta al suo interno varie correnti alternative che, pur nell’ovvia diversità sui singoli temi, hanno dimostrato di saper coesistere in maniera unitaria senza ricorrere a scissioni o strappi dolorosi. È ovviamente capitato che singoli esponenti politici del partito dell’asinello abbiano cambiato partito ma nel complesso tali trasferimenti non hanno intaccato la consistenza del movimento. Le fazioni interne al Democratic Party possono essere suddivise in tre grandi macroaree: liberal; moderati, conservatori e libertari; minoranze etniche e religiose. È comunque da sottolineare che i confini tra le correnti sono molto sfumati e su alcuni temi è difficile stabilire quale sia la posizione liberale e quale sia quella conservatrice; cionondimeno è doveroso segnalare che non di rado sono divampate polemiche interne, soprattutto nel periodo che va dalla fine della presidenza Clinton all’inizio dell’amministrazione Obama.

Come è cambiato il Partito Democratico da Gore a Obama con la Presidenza di Howard Dean
Nel 2000, i Democratici hanno candidato l’ex vice di Clinton Al Gore, contro il repubblicano George W. Bush. Gore è stato sconfitto, in parte per il relativo successo del candidato dei Verdi Ralph Nader, in parte per le regole elettorali che lo hanno beffato nonostante avesse ottenuto più voti dell’avversario, e che hanno provocato molte polemiche.
Dopo questa sconfitta sul filo di lana, i Democratici hanno faticato a riprendersi, anche per il nuovo clima creato dagli attentati dell’11 settembre, che hanno favorito il compattarsi dell’opinione pubblica intorno al Presidente Bush. Solo dopo alcuni anni i Democratici hanno fatto sentire la loro voce critica su certi aspetti della cosiddetta “guerra al terrorismo” di Bush, oltre che sulla politica economica, soprattutto per l’aumento della disoccupazione e il drastico peggioramento del deficit. Comunque, anche il candidato del 2004 John Kerry è stato battuto nella corsa alla Presidenza.
Nel 2005 Howard Dean diventa Presidente del Partito Democratico USA.
Alle elezioni politiche di metà mandato del 2006 i democratici hanno conquistato 229 seggi alla Camera dei Rappresentanti (29 in più), conquistandone il controllo dopo dodici anni. Nancy D’Alesandro Pelosi è diventata la speaker della nuova Camera, che ha iniziato a riunirsi nel gennaio 2007. La Pelosi è la prima donna e il primo politico italo-americano a ricoprire tale carica, terza nella linea di successione presidenziale. Anche al Senato il partito Democratico è diventato, nei fatti, il partito di maggioranza. Se i seggi del partito sono, infatti, 49 come quelli dei Repubblicani, due senatori indipendenti (Joseph Lieberman – eletto nella lista Connecticut for Lieberman, in quanto non aveva ottenuto la candidatura democratica a causa delle sue posizioni considerate troppo moderate e vicine all’Amministrazione – del Connecticut e l’indipendente di sinistra Bernie Sanders del Vermont) si iscriveranno al gruppo democratico.
A determinare il successo dei Democratici, è stata anche la decisione del partito di presentare candidati con idee conservatrici nei seggi fino ad allora controllati da repubblicani. Dopo questa competizione elettorale, il partito ha anche ripreso la maggioranza delle cariche di governatore (in 28 stati su 50). Il presidente Bush si è reso disponibile a politiche concordate con i Democratici e il segretario della difesa Donald Rumsfeld, considerato responsabile politico di una strategia militare fallimentare in Iraq, si è dimesso.
Il gruppo democratico alla Camera ha eletto come leader Steny Hoyer (carica a cui era anche candidato John Murtha, appoggiato da Nancy Pelosi. Murtha, favorevole ad un ritiro immediato dall’Iraq, era stato coinvolto in un affare di corruzione negli anni ottanta). Al Senato, il leader della maggioranza è Harry Reid, primo mormone a raggiungere tale carica. Alle elezioni presidenziali del 2008, i Democratici, nella Convenzione nazionale, hanno candidato Barack Obama, il quale ha vinto contro il Repubblicano John McCain, e successivamente, nel Novembre 2012 contro Mitt Romney, che è dal 20 gennaio 2009 il 44º presidente degli Stati Uniti d’America.

Con Aldo Civico ormai ci sentiamo quasi ogni giorno per parlare di RETE 2018 e quasi ogni giorno Aldo parla con i collaboratori di Haward Dean de La RETE 2018 e di come organizzare l’incontro tra La RETE 2018 e il PARTITO DEMOCRATICO USA.

Concludo con una domanda. Vi siete chiesti perché Howard Dean ha accettato di venire a La Retitudine e incontrare questa “minoranza culturale” e non ha accettato di venire in Italia invitato da qualcun altro (scusate se non posso dire chi) che forse in questo momento è l’unica maggioranza culturale che c’è in Italia?

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MAR
06
2013

MASSIMO RECALCATI: Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

mercoledì 6 marzo 2013 Testata:REPUBBLICA

Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

COSA è accaduto nella sinistra italiana in questa ennesima sconfitta elettorale? Un evidente problema nella trasmissione dell’eredità.

Essa ha voluto aggirare il tempo fatale dell’avvicendamento, del lasciare il posto al nuovo, del rendere possibile il trauma necessario del rinnovamento. Il padre non ha voluto lasciare il suo posto. Non ha saputo vedere che il solo argine nei confronti del rifiuto socialmente diffuso della “politica” era animare un cambiamento interno della politica che esigeva la forza unica di un simbolo. Tale era la candidatura di Renzi dal punto di vista simbolico, al di là del giudizio politico che si può dare di lui. Ma per quale ragione questo avvicendamento non si è realizzato? Esiste anche una responsabilità del nuovo, non solo del vecchio. Lo slogan della “rottamazione” è stato infelice quanto quello dell”`usato sicuro”. Se la metafora dell’usato sicuro era sintomatica di una difficoltà ad immaginare il trauma necessario del cambiamento – tenere quello che si ha ad ogni costo -, quella della rottamazione fallisce il senso autentico dell’ereditare. Il vecchio padre si è irrigidito nella sua posizione perché non si è sentito riconosciuto dal figlio. L’ideologia della rottamazione voleva fare a meno dei padri senza servirsi di loro. Impraticabile: l’anima necessariamente conservatrice del partito e dei suoi organi istituzionali ha reagito emarginando il nuovo e uccidendo il figlio ribelle.

Illustrando il complesso di Edipo, Freud aveva messo in luce come la relazione tra i figli e i padri sia marcata da una ambivalenza profonda: ilpadre non è solo la rappresentazione eroica di un Ideale ineguagliabile, ma è anche un rivale con il quale si combatte un duello all’ultimo sangue. La dimensione conflittuale dell’Edipo si risolve solo se le armi vengono deposte e si sancisce un armistizio: il padre deve riconoscere il suo inevitabile tramonto lasciando il suo posto al figlio, mentre il figlio deve riconoscere al padre il debito simbolico del dono della vita. Il padre diventa così una funzione indispensabile nella trasmissione dell’eredità e il figlio, in quanto erede, avrà il compito di realizzare in una forma nuova ciò che ha ricevuto. Se il padre o il figlio non riconoscono questa discendenza simbolica, la dialettica edipica può incancrenirsi in una rivendicazione sterile: il padre impedisce al figlio di avere un suo posto nel mondo rifiutando di tramontare; mentre il figlio esige la morte del padre e il rinnegamento della sua provenienza e del debito che essa implica. Il conflitto si imbarbarisce: il nuovo vuole uccidere il vecchio perché il vecchio non lascia posto al nuovo e il vecchio non lascia posto al nuovo perché il nuovo non vuole riconoscere il suo debito nei confronti del vecchio.

Se il partito di Berlusconi è immune dalle dissonanze dell’ eredità perché è strutturalmente privo di possibili eredi in quanto il padre è un Duce – senza discendenza, politicamente sterile – che fa coincidere la sua esistenza con quella del partito, dunque che esclude l’orizzonte della trasmissione della leadership, il problema dell’eredità già oggi sta attraversando e attraverserà fatalmente il movimento dei grillini.

Il padre di questo movimento non rappresenta per nulla il vecchio, la provenienza, la radice, la memoria, l’istituzione. Questo nuovo padre si propone come senza storia, senza memoria, senza provenienza, senza un volto politicamente riconoscibile, mascherato, radicalmente post-ideologico. Non ha mai voluto entrare sulla scena edipica della politica, ma si è sempre mantenuto fuori (Lacan gli direbbe; ma “fuori” da cosa? Tu pensi davvero che esista un “fuori”?). Il rifiuto del confronto con gli altri è una cifra essenziale di questa posizione che si propone come sorretta da un ideale di incontaminazione.

La dialettica democratica lascia allora il posto all’insulto dell’Altro che si mescola, come spesso accade in ogni fondamentalismo, con un fantasma di purezza: da una parte i puri, i redentori, dall’altra gli impuri, gli indegni. Di qui la sua forza anarchica e sovversiva e il potere straordinario di aggregazione di fronte ad un mondo politico drammaticamente corrotto e incapace di rinnovarsi dall’interno. La saggezza del nostro presidente della Repubblica che difende giustamente il diritto del popolo italiano di scegliere i suoi rappresentanti, urta drasticamente contro l’uso violento dell’insulto con il quale il padre del nuovo movimento insiste nel praticare il non-confronto con gli altri.

Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno i suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclama la democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone.

Il problema dell’eredità sembra allora rovesciarsi rispetto a quello che è accaduto alla sinistra: non è il padre come simbolo del vecchio che non vuole abbandonare il suo posto di fronte alla minaccia edipica della rottamazione, ma saranno probabilmente i figli che dovranno assumersi la responsabilità di non essere più “fuori” dalle istituzioni essendone diventati invece dei diretti rappresentanti. Saranno allora i figli a esigere il dialogo politico – rifiutato dal loro padre come segno di indegnità – come unica condizione per assicurare ad un paese in gravi difficoltà un governo possibile.

A questi nuovi figli dal viso pulito e dagli ideali forti dobbiamo affidare il compito di far ragionare un padre che sembra – almeno sino a questo momento – rifiutare la responsabilità che sempre comporta la sua funzione e a mascherarsi da “anima bella” che per Hegel era quella figura della Fenomenologia dello spirito che pretendeva di giudicare la storia dall’alto della sua beata innocenza senza considerare che nessuno mai può giudicare la storia senza considerare di farne parte.

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FEB
15
2013

Contro il femminicidio Con l’amore e il coraggio di Marisela Ortiz di Flavio Lotti, candidato di Rivoluzione Civile

Oggi, 14 febbraio 2013, è la giornata mondiale contro il femminicidio.

Voglio partecipare a questa giornata straordinaria di mobilitazione contro la violenza sulle donne con un ricordo. Il ricordo di una donna straordinaria uccisa da una violenza inaudita che nessuno ha ancora voluto fermare.

E’ stata la prima a parlarmi del “femminicidio”, nel 2007, quando venne a Perugia per partecipare alla Marcia per la pace Perugia-Assisi e all’Assemblea dell’Onu dei Popoli. Si chiamava Marisela Ortiz. Marisela era un’insegnante psicologa messicana. Una donna a cui un giorno viene sequestrata, torturata, seviziata e ammazzata la figlia di 17 anni, Rubi. Una donna che, nonostante il dolore straziante e l’inazione complice della polizia, decide di ribellarsi, di cercare la verità, i resti della figlia e gli assassini. Marisela è determinata, non ha più paura di niente e riesce a consegnare il colpevole alla polizia. L’assassino viene arrestato, ammette le sue colpe, indica la discarica alla periferia della città dove sono sparsi i pezzi del corpo di Rubi. Ma poco dopo tre giudici corrotti lo liberano per mancanza di prove. Marisela comincia così una nuova vita. Riunisce altre donne, fonda un’associazione contro i femminicidi a Ciudad Juárez, organizza manifestazioni, denuncia i silenzi, le complicità, riceve continue minacce di morte. Fino al giorno che in cui le minacce diventano realtà. Marisela viene freddata con un colpo di pistola sulla testa il 16 dicembre 2010 mentre partecipava ad una manifestazione davanti all’ufficio del Governatore di Ciudad Juarez.

Ancora oggi il suo assassino e i suoi mandanti sono senza nomi.

Marisela era donna semplice che aveva deciso di non lasciarsi piegare dalla violenza e dalla paura. Marisela era una donna che aveva deciso di non fermarsi in superficie ma di andare alle radici della violenza, laddove più forte è l’intreccio tra le mafie, la criminalità organizzata e il potere politico. Marisela aveva scelto di rispondere con la nonviolenza. Era diventata un difensore dei diritti umani. Ricordo ancora il calore del suo sorriso, il coraggio delle sue parole e la serenità del suo sguardo.

Possa il suo calore, il suo coraggio e la sua serenità aiutarci a continuare, ogni giorno, tutti i giorni, in ogni dove di questo nostro mondo il suo impegno contro tutte le forme di violenza sulle donne, per la giustizia e il rispetto dei diritti umani.

di Flavio Lotti, candidato di Rivoluzione Civile alle elezioni politiche 2013

Perugia, 14 febbraio

FEB
08
2013

Sara Vatteroni (RC) Conferenza stampa con Serena Dandini per la Convenzione no more contro la violenza sulle donne

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Il 9 febbraio a Roma alle ore 11.30 alla Casa Internazionale delle donne (via della Lungara 19)Serena Dandini e “No More!”

presentano

Il 14 febbraio la convenzione No More! sarà in piazza insieme a One Billion Rising a Roma e in molte città italiane. Quest’evento mondiale vedrà donne di tutto il mondo ballare per risvegliare le coscienze sul contrasto alla violenza maschile! Un miliardo di donne che subiscono violenza sono un’atrocità ma un miliardo di donne che ballano sono una rivoluzione. Ricordiamo a tutti che anche l’Italia contribuisce con dati drammatici a definire questo miliardo! Noi non ci stiamo per questo ribadiamo che la Convenzione No More firmata da migliaia di persone singole, associazioni, politici ed enti locali è il punto di partenza per il cambiamento anche nel nostro paese per sradicare la violenza maschile – femminicidio una volta per tutte! La violenza sulle donne non è all’ordine del giorno nel dibattito politico elettorale ma dovrebbe esserlo per chi vuole governare il paese! Perché non se ne parla?

Proprio per questo vi invitiamo a parlarne con noi insieme alla conferenza stampa che si terrà a Roma alla Casa internazionale delle donne sabato 9 febbraio alle ore 11.30 insieme con Serena Dandini. Sono invitati e invitate in particolare coloro che hanno firmato la Convenzione No More e sono candidati/e alle prossime elezioni nelle diverse forze politiche.

Parteciperanno tra le altre: Valeria Fedeli, Rosa Calipari, Laura Puppato, Luisa Laurelli, Sara Vatteroni, Rosa Rinaldi, Titti di Salvo, Ileana Piazzoni, Celeste Costantino

GEN
26
2013

Femminicidio: il silenzio delle liste

Oggi Donika Xhafa, una donna albanese di 47 anni, è stata trovata morta in mezzo alla starda uccisa dall’ex convivente, Raffaele Vorraro, 59 anni, a Vercelli dove lei viveva con i figli dopo la separazione. Sembra che l’uomo si fosse recato da lei per una riconciliazione ma per farlo era andato con una pistola in tasca, arma usata per uccidere la donna con 4 colpi: “l’uomo le avrebbe sparato un primo colpo dalla sua auto, poi sarebbe sceso per finirla con altre 3 colpi” (Quotidiano.net). Donika Xhafa è la sesta vittima di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno, e arriva alle pagine della cronaca dopo un anno di insistenti richieste di intervento della società civile nei confronti del governo Monti e dopo mesi di dibattito sul femminicidio nei media. E se anche oggi è triste vedere ancora sui giornali parlare di “raptus” e di “gelosia”, ancora più inquetante è il silenzio di questa campagna elettorale di fronte a un fenomeno che continua come se “nulla fosse”, anche dopo che Amnesty International ha presentato a tutti i leader delle coalizioni politiche che si presentano alle elezioni del 24 e 25 febbraio, il suo decalogo sui diritti umani introducendo esplicitamente il punto su “il femminicidio e la violenza contro le donne”. Di fronte a un attacco evidente, frontale, massiccio sui diritti delle donne, nessun partito si è alzato dicendo: questo lo metto nel mio programma. Ma bisogna fare delle distinzioni: se Vendola ha almeno firmato la Convenzione nazionale “No More!” contro la violenza maschile sulle donne pochi giorni prima delle primarie, e Bersani ha appoggiato il ddl per il contrasto al femmincidio su cui ha lavorato Anna Serafini, nel movimento di Ingroia c’è un silenzio assordante su questi temi, un silenzio non giustificabile per un movimento che si pone a sinistra e che vorrebbe partire dalla società civile. Una dimenticanza, in una campagna elettorale che arriva dopo un anno molto faticoso per le donne, ingiustificata. La violenza domestica, che non è uno scherzo per la quantità di donne e bambini che coinvolge (l’85% della violenza in Italia è violenza domestica e ci sono circa 400 mila bambini che assistono alla violenza in famiglia), è il terreno su cui si sviluppa il 70% dei femmincidi in Italia, in situazioni in cui le donne il più delle volte si trovano in una prigione da cui non riescono a uscire. Su questo, prima della campagna elettorale, si sono consumati fiumi di inchiostro ma quello che il governo Monti ha fatto praticamente – a parte far firmare all’Italia la Convenzione europea di Istanbul e fare un ddl per una ratifica futura – è nulla, o meglio ha detto “faremo” (forse) ma non ha risposto agli appelli che chiedevano politiche immediate, con la conseguenza che le donne sono continuate a essere uccise per mano dei propri partner. Ora, per esempio, sarei curiosa di sapere come le diverse forze politiche in corsa per le elezioni, intendendono prendersi carico di questo problema, e come penserebbero di “vestire” la Convenzione di Istanbul, perché se anche adesso tutti sono d’accordo per la ratifica, in realtà bisogna vedere come il parlamento italiano intende rendere effettive le indicazioni di Istanbul. E alla luce del dibattito al Senato nel settembre scorso sulla firma della Convenzione europea, dove alcune forze politiche di centro destra (Udc e Lega) facevano notare il pericolo di mettere in discussione il concetto di famiglia (si è parlato addirittura di incostituzionalità di alcuni punti della Convenzione), mi sembra evidente che ogni intesa con questi signori, soprattutto se hanno stretti rapporti con il Vaticano, sia molto pericolosa per le donne. E questo bisogna dirlo prendendo posizione pubblica.
By Luisa Betti

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GEN
24
2013

LAVORO. LETTERA INGROIA A ISCRITTI CGIL: IO NON INVITATO. ECCO COSA AVREI DETTO

“Care amiche e amici della Cgil, vi scrivo per riassumere ciò che avrei detto se fossi stato invitato ad intervenire alla vostra conferenza sul programma, al pari degli altri candidati per la Presidenza del Consiglio”. E’ quanto afferma, in una lettera aperta agli iscritti della Cgil, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. “Rivoluzione Civile – Lista Ingroia – aggiunge – ha ben chiaro chi sono gli avversari da battere con il voto: Berlusconi, cioè la destra caciarona e impresentabile, e Mario Monti, rappresentante numero uno di quei professori in loden che hanno deciso la drammatica controriforma delle pensioni. Quella ‘destra perbene’ ha colpito in maniera pesantissima tutti i lavoratori e i pensionati, ma soprattutto le donne, ha creato la tragedia sociale degli esodati, ha cancellato l’art.18 ha confermato e aggravato tutte le forme di precariato. In compenso, non ha saputo mettere in campo alcun intervento che incidesse sulle fasce privilegiate, sulla Casta politica, sugli immensi sprechi ben esemplificati dalle auto blu o dalla pletora di consigli d’amministrazione clientelari. Soprattutto, non ha fatto nulla, zero assoluto, quanto a politiche industriali di ampio respiro. Invece mai come in questo momento, nel cuore della crisi, è urgente che ci sia un governo capace di offrire al Paese un indirizzo lungimirante sui settori strategici.
Sui capitoli da cui dipende la qualità della vita e il futuro del Paese – sanità, scuola, università, ricerca – la continuità tra i governi Berlusconi e Monti è totale. Continuano i tagli lineari, le privatizzazioni striscianti, la totale precarietà. In questa plumbea cornice si sono moltiplicati attacchi sempre più profondi contro i diritti e le libertà dei lavoratori. Siamo di fronte a un assedio che sta progressivamente riportando la condizione dei lavoratori e lo stato delle relazioni industriali indietro di un secolo e oltre. Il punto fondamentale, per me e per il mio programma politico, è invece – continua Ingroia – la piena e totale applicazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, prima di tutto in materia di libertà civili e sindacali. Ritengo fondamentale e imprescindibile la libertà per i lavoratori di votare sempre gli accordi che li riguardano, di votare sempre i propri rappresentanti e di potersi di iscrivere liberamente al sindacato che vogliono. La storia della Cgil è stata attraversata da discriminazioni e persecuzioni, ma alla fine ha saputo sempre sconfiggerle. Ha combattuto il regime fascista, ha ricostruito l’Italia con la spinta di Giuseppe Di Vittorio, ha emancipato la dignità di chi lavora con Bruno Trentin, ha battuto Berlusconi quando Sergio Cofferati vinse la battaglia per impedire la cancellazione dell’art. 18. Quelli che allora erano in piazza con voi e con noi, hanno votato oggi, senza batter ciglio, quell’eliminazione dell’art. 18 che non era riuscita 10 anni fa.
È dunque per me un impegno di grande valore democratico quello di assumere nel nostro programma l’approvazione di una legge per la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la cancellazione delle leggi Fornero sui licenziamenti e sulle pensioni. Ci impegniamo – prosegue la lettera – a combattere la precarietà cancellando le oltre 40 forme di contratto precario per i giovani considerando l’apprendistato come il vero contratto di inizio lavoro. Riteniamo utile, in questa fase di transizione, garantire un reddito minimo almeno per i periodi di vuoto retributivo e previdenziale. Oggi, come anche i dati della Cgil dimostrano, è possibile una scelta alternativa a quella di Berlusconi e Monti. Noi lavoriamo per questo: per un governo di centrosinistra che rompa con le logiche monetariste del fiscal compact, con quelle devastanti della guerra e degli armamenti, con un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente e la salute dei cittadini mentre ignora i diritti umani fondamentali. Tutto questo, però, non può essere fatto a braccetto con chi quei modelli sciagurati li ha teorizzati, perseguiti e praticati, come Berlusconi e Monti.
Proprio perché noi siamo disponibili alla costruzione di questa alternativa di governo, ma siamo altrettanto fermamente indisponibili a ogni accordo con chi persegue politiche opposte alle nostre, Rivoluzione Civile rappresenta oggi il vero voto utile per impedire che si realizzi il progetto sciagurato, già annunciato e temo per molti versi già deciso, di un governo Pd-Monti.
Non è questione di pregiudiziali ideologiche ma di scelte pragmatiche e concrete. Noi lavoriamo per l’unità del mondo del lavoro: la destra di Berlusconi e Monti si è adoperata e promette di adoperarsi ancor più in futuro per dividere e per isolare le forze sindacali che non accettano le loro condizioni. La destra italiana ha usato la crisi per distruggere il Contratto Nazionale, abolire l’art. 18, cancellare i diritti minimi per i giovani, abbattere le libertà dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi vogliamo marciare in direzione opposta. E l’autonomia dei sindacati dai partiti e dai governi è un valore da conquistare e da rispettare. Di tutto questo – conclude Ingroia – mi sarebbe piaciuto discutere con voi, ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni di incontro con i pensionati e poi nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, dove ogni giorno lavorate garantendo il funzionamento dell’Italia. L’obiettivo comune è quello di restituire al lavoro tutto il valore, tutta la dignità e tutta la libertà necessaria per portare il Paese fuori dalle secche della recessione e della depressione”.

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